La villa e il territorio
Un artista mai riuscirebbe a dipingere questo mirabile anfiteatro naturale, che ipnotizza occhi e anima ![]()
Un gradevolissimo senso di solennità ammanta questi luoghi e presenta il nuovo percorso "Golf Feudo di Asti".
Diciotto buche che abbracciano la tenuta di Valdeperno, con la villa patrizia settecentesca, valorizzata da uno dei più coreografici giardini dell'Astigiano.
La villa originariamente dei Conti Cotti-Ceres, appartenne anche al Conte Gazzelli di Rossana, nonno di Paola Ruffo di Liegi, regina del Belgio.
Adagiata nel sud-est del Piemonte, contigua agli Appennini che la separano dal mare, la provincia di Asti vanta credenziali fatte di ambiente, paesaggio e cultura.
È ricca di storia e tradizioni, di vini conosciuti nel mondo e di una straordinaria gastronomia.
Le colline sono il sigillo di questo scenografico territorio, esaltato in autunno dai colori infuocati delle vigne e dal profumo dei tartufi.
Cenni storici sul "Feudo di Asti" |
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Il feudo d'Asti sorge su una tenuta agricola chiamata dal XIII al XIX secolo Valdeperno, in un avvallamento naturale del terreno lungo la strada per Chiasso, tra Serravalle e Settime costruita sull'antico sedime della via romana che collegava HASTA POMPEIA (Asti) ad INDUSTRIA (Bodincogomus).La prima attestazione del luogo in un atto ufficiale è contenuta in uno scritto notarile del 1561, il territorio di Valdeperno, fu quasi sempre parte del feudo di Serravalle, in contesa con contadi di Settime e Mombarone. I signori di Valdeperno, nome che deriva da "Val" (caratteristica orografica del luogo) e "Perno" (antico nome della zona), furono sino al 1193 i Di Monte, sino al 1635 gli Stoerda e Balziano, sino al 1656 i Marchesi di villa di Cigliano, che lo cedettero in cambio al feudo di Moncrivello, ai fratelli Opinino e Carlo Cesare Roero, dopo la morte dei fratelli Roero la vedova di uno dei due si risposò con un del Carretto di Gorzegno. Nel 1721 la rimanenza del feudo di Serravalle venne acquistata da Gianbattista Pochettini di Racconigi, ma la tenuta di Valdeperno era già di Callisto Gazelli di Rossana, si ritiene che gli stemmi ed i motti dei due casati vennero composti come ancor oggi raffigurato sul timpano della villa. Nel 1848, con la morte di Federico conte di Ceres, dopo vari passaggi tra gli eredi, gli stessi decisero di cedere il tutto al fratello di Francesca, erede diretta, Augusto. La figlia di questi, in seguito, sposò il principe Ruffo di Calabria e con questo matrimonio la Villa di Valdeperno vide l'arrivo della Regina Paola del Belgio. Nel 1940 vendettero la villa al commercialista Guani Piero, che poi la vendette Al comm. Giuseppe Faccaro, poi passò per eredità al Dott. C. Novara che la fece diventare una tenuta agricola, sino ad arrivare ad oggi che è di proprietà della Famiglia Pisa l'ha circondata da un campo da golf. |
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Cenni architettonici sulla villa sita all'interno del Feudo |
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Il complesso architettonico risale al periodo pre-napoleonico, anche se non esistono né documenti né indicazioni riguardanti la costruzione e la progettazione della villa.Dalla tipologia edilizia si può far risalire la villa ad una costruzione della seconda metà del 1700, con realizzazioni protratte sino al 1800. La villa, di 2.500 mq c.ca, orientata da levante a ponente presenta le due fronti più lunghe rivolte l'una a mezzogiorno e l'altra a mezzanotte. A mezzanotte si trova il cortile d'onore , su cui prospettano le scuderie e le rimesse, da cui si accede alla parte centrale della villa. Il lato est su cui si trova la facciata principale della villa si collega ai giardini tramite una grande scala in pietra che serve per superare il dislivello di circa un metro che c'era tra il piano terreno e la villa stessa. Rispetto alle altre facciate questa si presenta più ricca di decorazioni e di elementi architettonici importanti , disposti secondo un disegno geometrico preciso e simmetrico che lega sia in pianta sia in alzato la costruzione. Questo fronte presenta un ordine di colonne ioniche, il basamento appoggia sulla scala in pietra che collega la villa al giardino e i capitelli sorreggono un timpano aggettante decorato per tutto il suo perimetro da una cornice, mentre la superficie è dipinta e raffigura una scritta ed uno stemma : "Le cose migliori si celano nel coraggio e nella risolutezza". I particolari architettonici della villa sono tipici dello stile neoclassico, inoltre il resto della costruzione presenta caratteristiche decorative del tardo barocco. |
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Cenni sul giardino della Villa |
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Il giardino della villa di Valdeperno appare uno dei più coreografici dell'astigiano, grazie ad una composizione tesa a valorizzare la villa stessa.Numerose le visuali di grande effetto, godibili da postazioni diverse del giardino, studiate progettualmente. Vi è un'acquisizione dei canoni compositivi propri dello stile paesaggistico inglese. Masse boscate, costituite da conifere e da latifoglie si alternano a radure erbose percorse da sentieri dal decorso sinuoso ed irregolare. Fino al 1940 l'ingresso della proprietà destava un grande fascino, in virtù di un lungo e e maestoso viale rettilineo di platani secolari che delimitava su entrambi i lati la via carrozzabile sino a raggiungere il vasto parco circostante la villa. L'ingresso principale alla villa era fortemente caratterizzato dalla presenza di due monumentali pioppi cipressini. |
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La flora del feudo
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E' una pianta arborea che raggiunge un'altezza di 30-40 m, ha una chioma larga fino a 9 m, piramidale nelle giovani piante e ovale negli esemplari più vecchi. Il tronco presenta rami sparsi da giovane. I rami principali portano numerosi rametti più corti , sui quali si inseriscono le foglie e le strutture fertili. La fioritura è primaverile. È una pianta che sopporta le basse temperature: è stato dimostrato che non subisce danni anche a 35°. La corteccia è liscia e di color argento nelle piante giovani. Ha foglie di 5-8 cm, lungamente picciolate a lamina di colore verde chiaro, che in autunno assumono una colorazione giallo vivo molto decorativa, dalla forma tipica a ventaglio. |
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Platano occidentale |
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Platanus occidentalis noto anche come 'Platano occidentale' o 'Platano americano', originaria del Nord America. Si tratta di un grande albero che raggiunge facilmente i 30-40 m. di altezza. Il fusto è diritto,slanciato,cilindrico. Il diametro del tronco si aggira sui in genere sui 2 m, ma può superare i 4 m. Il legno è bruno-rosato a porosità diffusa, con una grana marcata e tenace. La Corteccia è molto caratteristica: il tronco appare così chiazzato di questi quattro colori. Le foglie sono alterne, semplici,lunghe 12-22 cm, più larghe che lunghe, pienamente sviluppate sono di un colore verde molto chiaro. I fiori sono molto piccoli, unisessuali, raccolti in un capolino globulare. È una pianta monoica e i fiori di differente sesso sono portati su differenti peduncoli. I frutti sono degli acheni riuniti in infruttescenze globose. |
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Tiglio |
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Possiedono tronco robusto, alla cui base si sviluppano frequentemente numerosi polloni, e chioma larga, ramosa e tondeggiante. La corteccia dapprima liscia presenta nel tempo screpolature longitudinali. Ha foglie alterne, asimmetriche. I fiori, ermafroditi, odorosi, hanno un calice di 5 sepali e una corolla con 5 petali di colore giallognolo, stami numerosi e saldati alla base a formare numerosi ciuffetti; Questi sono delle nucule ovali o globose, della grossezza di un pisello, con la superficie più o meno costoluta, pelosa. I fiori forniscono il polline per il miele, e vengono utilizzati per la preparazione di infusi e tisane. |
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Ippocastano |
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L' ippocastano o castagno d'India è un albero molto usato come ornamentale nei viali o come pianta isolata. Crea una zona d'ombra molto grande e fitta. L'Ippocastano può arrivare a 25 - 30 metri di altezza; presenta un portamento arboreo elegante ed imponente. La chioma è espansa, raggiunge anche gli 8-10 metri di diametro restando molto compatta. L' ippocastano o castagno d'India è un albero molto usato come ornamentale nei viali o come pianta isolata. Crea una zona d'ombra molto grande e fitta L'Ippocastano può arrivare a 25 - 30 metri di altezza; presenta un portamento arboreo elegante ed imponente. La chioma è espansa, raggiunge anche gli 8-10 metri di diametro restando molto compatta. L'aspetto è tondeggiante o piramidale, a causa dei rami inferiori che hanno andamento orizzontale. I rami sono lenticellati, presentano grandi gemme opposte, rossastre, ed una terminale di notevoli dimensioni, ricoperte da una sostanza collosa. La corteccia è bruna e liscia e si desquama con l'età. Ciascuna foglia, che può arrivare a oltre 20 cm di lunghezza, è costituita da 5-7 lamine obovate con apice acuminato e base stretta. Il margine è doppiamente seghettato, la nervatura risulta ben marcata. Il picciolo non ha stipole, ma una base allargata ed una fenditura che lo solca. Le foglie sono di color verde brillante nella pagina superiore e verde chiaro, con una leggera tomentosità sulle nervature, in quella inferiore La pianta ha fiori ermafroditi a simmetria bilaterale, costituiti da un piccolo calice a 5 lobi ed una corolla con 5 petali bianchi, spesso macchiati di rosa o giallo al centro. |
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Sofora |
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I rami, negli esemplari più giovani, sono di colore verde-brillante, le foglie pennate sono composte da 11-13 foglioline pelose, ovali-lanceolate, acute, di colore verde-scuro superiormente e glauco sulla pagina inferiore, con il margine intero e nervature che si prolungano oltre l'apice, con belle fioriture estive. I fiori dal delicato profumo, di colore bianco-giallastro o crema, sono riuniti in racemi formanti a loro volta grandi pannocchie terminali lunghe fino a 25 cm, possiedono un calice scampanato con 5 denti, ed una corolla dal vessillo arrotondato delle stesse dimensioni della carena che mostra 2 petali separati, gli stami liberi sono in numero di 10. Il frutto si presenta come un legume allungato e carnoso, di colore verde-vitreo, con numerose strozzature che gli conferiscono un aspetto moniliforme, che contiene semi ovoidali nerastri a maturità. Da foglie e frutti si ricavano sostanze medicinali con proprietà diuretiche e depurative. |
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Taxodium |
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Taxodium la specie più conosciuta è il Taxodium distichum che viene chiamato Cipresso delle paludi o Cipresso calvo, alberi di grandi dimensioni, oltre i 30 m di altezza, con tronco massiccio scanalato alla base foglie decidue (da cui il secondo nome volgare), fiori monoici, viene utilizzato come Pianta ornamentale lungo gli stagni o i corsi d'acqua . È stato inoltre usato come specie esotica per giardini ed orti botanici dalla fine dell'800 in avanti: una interessante popolazione di questa specie si trova presso il laghetto dei giardini Ducos di Brescia. In Comune di Modena sono presenti alcuni esemplari maestosi di questa specie ed anche nella tenuta del Feudo di Asti. |
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Pioppo cipressino |
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Colonna verde delle nostre campagne, intimamente connaturato con il paesaggio della Pianura Padana, non è però una pianta originaria dei nostri luoghi, ma bensì una "varietà" del Pioppo nero. Da molto tempo questa pianta ha trovato una sua collocazione ideale per formare splendidi filari e viali, lungo le carreggiate e sui bordi dei canali. Errore piuttosto frequente nella messa a dimora di questa pianta è l'eccessiva vicinanza tra un albero ed un altro. Occorre almeno una distanza di 5 metri sulla fila per garantire un completo e rapido sviluppo, senza essere costretti ad intervenire con drastiche potature, dannose per le piante, che riducono spesso questi alberi ad innaturali oggetti privi di vita. |
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Abete bianco |
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Aspetto: abete sempreverde alto fino a 40-45 m con chioma piramidale di colore verde-blu cupo; il tronco dell'abete bianco è colonnare con corteccia di colore grigio chiaro che si desquama in strisce sottili; rami a palchi regolari disposti orizzontalmente, con ramuli terminali coperti da peli brunastri. Foglie: aghiformi di 15-30x 1,5-2 mm, appiattite, con apice arrotondato e solcato lungo la nervatura centrale, con 2 strisce longitudinali bianche nella pagina inferiore; sono inserite radialmente ,ma disposte ai lati dei rami in una o due file a mo' di pettine. Fiori: infiorescenze maschili ovali, gialle, in gruppi numerosi posti nella parte inferiore dei rami. Fiorisce in maggio-giugno. Frutti: pigne cilindriche erette, lunghe fino a 20 cm, che a maturità si sfaldano nelle singole squame, lasciando sui rami l'asse centrale. Habitat: nei boschi montani,500-1800 m, nella fascia del faggio o dell'abete rosso con i quali forma spesso dei boschi misti. Diffusione: sulle Alpi e, più comunemente ,sugli Appennini dove in alcuni casi forma boschi puri ( Vallombrosa, Camaldoli). Osservazioni: L'abete bianco si riconosce con facilità per alcune caratteristiche peculiari: la forma conica con apice spesso tronco, il colore della chioma tipicamente verde cupo e con riflesso grigiastro, il tronco chiaro con aspetto abbastanza simile a quello del faggio, i rami disposti orizzontalmente e mai penduli. |
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Salice |
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Numerose specie esotiche si sono acclimatate in Italia: il S. viminalis L., albero o arbusto alto fino a 3,5 m, originario dell'Europa centrale e dell'Asia, inselvatichito in molte zone d'Italia, è coltivato nell'Italia centro-settentrionale per la produzione dei vimini utilizzati per realizzare panieri, stuoie e oggetti vari, conosciuto col nome volgare di vetrice o vimine, porta foglie lanceolate-lineari lungamente acuminate, verdi superiormente e argentato-sericeo inferiormente, fiori primaverili, con ovario tomentoso quasi sessile, con stilo di pari lunghezza, filamenti degli stami liberi e glabri il S. babylonica L., noto col nome comune di Salice piangente. |
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Acero rosso |
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In mezzo al verde nelle sue più svariate sfumature, sarà capitato a tutti di veder spiccare quel rosso bronzo, come una macchia stonata nel paesaggio. Ma è proprio quel colore diverso, quel contrasto ad attrarre l'occhio e a far sentire la musica del suo essere speciale tra la folla del bosco. E' l'acero rosso, pianta che per la sua bellezza, il suo portamento, strugge il cuore di chi ama e sa osservare la natura. |
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Fiordaliso |
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Il fiordaliso (Centaurea cyanus) è una pianta erbacea della famiglia delle Asteraceae. È una pianta annuale, può raggiungere un'altezza di 40-90 cm, il fusto è lungo e ramificato, le foglie, di forma lanceolata, e lunghe da 1 a 4 cm, sono disposte ad alternanza lungo il fusto, le infiorescenze, di colore blu, sono dei capolini, formati da alcuni fiori grandi ed aperti, posti intorno ad un gruppo di fiori più piccoli. Cresce in luoghi come prati, terreni incolti e ai bordi delle strade. |
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Papavero |
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Papavero è il nome comune di un genere (Papaver) di piante erbacee della famiglia delle Papaveraceae. Al genere appartengono 125 specie circa. Il papavero è considerato una pianta infestante. Papavero è il nome comune della specie Papaver rhoeas, comunissimo nei campi all'inizio dell'estate. |
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Ginestra |
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Arbusto fiorifero a foglie caduche. Raggiunge i 2-3 metri di altezza ed ha portamento eretto, tondeggiante, con chioma molto ramificata; i fusti sono sottili, legnosi, molto flessibili, di colore verde scuro o marrone; le foglie sono piccole, lanceolate o lineari, di colore verde scuro, molto distanziate le une dalle altre, cadono all'inizio della fioritura. Produce numerosissimi fiori di colore giallo oro, delicatamente profumati, sui fusti spogli; ai fiori fanno seguito i frutti: lunghi baccelli pubescenti, che contengono 10-15 semi appiattiti. iDurata: Perenneperiodo di fioritura:Primavera ed estatearea di origine:Europa, in particolare nella regione mediterranea |
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Linaria |
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La Linaria è comunemente conosciuta come bocca di rospo proprio per la forma che assumono i suoi fiori. Un'altra associazione da sempre riferita alla linaria è inerente il lino (il termine linaria risale infatti al latino linum); Il significato attribuito alla linaria nel linguaggio dei fiori è quello di caparbietà ed è da far risalire alla grande capacità riproduttiva della pianta, che in breve tempo riesce a ricoprire estese superfici. |
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Violetta |
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La viola è sempre stata uno dei fiori più apprezzati, sia per l'aspetto estetico e per la delicata profumazione, da tutti i popoli e in tutti i tempi. Gli antichi romani e le popolazioni arabe erano solite aggiungere alle bevande fiori di viola oppure estratti della stessa, al fine di rendere più delicata e gradevole la consumazione. Molti poeti hanno celebrato e inserito nelle proprie opere la viola, come uno dei fiori più belli e delicati; altrettanto ricorrente è la rappresentazione del fiore in dipinti e decorazioni. Famoso è infine l'utilizzo del fiore per ottenere profumi ed essenze. Nel linguaggio dei fiori la viola è l'emblema dell'umiltà e della modestia. |
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Amaranto |
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Lunga è la tradizione che considera l'amaranto una pianta sacra. Il nome amaranto deriva dal greco amarantos e cioè "che non appassisce". Di qui il significato attribuito ad esso dai Greci di pianta dell'amicizia, della stima reciproca e più in generale espressione di tutti i sentimenti veri che non dovrebbero mai cambiare con il trascorre del tempo, in quanto eterni e unici. Nella mitologia greca si narra che le Dee amassero essere festeggiate con ghirlande di amaranto; in tale contesto l'amaranto era dunque utilizzato per ottenere protezione e benevolenza. I romani attribuivano all'amaranto il potere di tenere lontana l'invidia e la sventura. Nel periodo '600-'800 l'amaranto veniva utilizzato per ornare vestiti e abiti, in quanto si pensava fosse in grado di donare benessere fisico. |
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Glicine |
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Il nome scientifico è wisteria, assegnato al glicine in onore del grande antropologo Kaspar Wistar. Il glicine cresce nella costa orientale degli Stati Uniti, da dove fu importato in Europa nel 1700. Soltanto un secolo dopo, però, quando dall'Oriente, e più precisamente dalla Cina e dal Giappone, arrivarono le splendide varietà asiatiche, il glicine cominciò ad essere veramente apprezzato dagli Europei. Per i cinesi ed i giapponesi il glicine rappresenta l'amicizia, tenera e reciproca; si narra, infatti, che gli Imperatori giapponesi, durante i lunghi viaggi di rappresentanza, portassero con sé bonsai di glicine; quando giungevano in luoghi stranieri si facevano precedere dagli uomini del seguito, che sostenevano alberelli di glicine fiorito, al fine di rendere note le proprie intenzioni, amichevoli e di riguardo, per gli abitanti di quelle terre. Il significato che il dono del glicine ha conservato è quello di segno di disponibilità ed anche prova di amicizia. |
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Rosa |
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Regina dei fiori, la rosa può assumere diversi significati a seconda dei propri colori; così per esempio la rosa rossa simboleggia l'amore,la passione; quella gialla la gelosia e infedeltà nello stesso tempo; quella bianca di castità e purezza; nel linguaggio dei fiori, la rosa rosa significa invece fascino e dolcezza. |
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Pratolina |
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I bambini di ogni generazione sono cresciuti cogliendo Pratolina per le proprie mamme e giocando con i fiori di Pratolina a formare mazzettini e ghirlande. Da sempre, inoltre, è usanza "sfogliare" il fiore associando a petali alterni valenza di amore corrisposto e non, recitando la classica frase "M'ama, non m'ama", come se si interrogasse la Pratolina in merito alla sorte di un amore, incerto e romantico. Rilevante è infine la peculiarità dei fiori che si aprono la mattina, alle prime luci dell'alba per poi richiudersi la sera. Proprio per la semplicità del gesto con il quale i bambini sono soliti donare alla propria mamma mazzolini di Pratolina il fiore è riconosciuto come l'emblema della purezza e del candore. |
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Potentilla |
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Il nome Potentilla è di origine latina ed è composto dalla radicepotentia, cioè potenza e forza, e dalla desinenza -illa, che è un diminutivo; letteralmente, dunque, significa grande forza in un piccolo fiore. Il significato simbolico attribuito alla potentilla è quello dell'amore materno; pare, infatti, che, quando piove, le foglie si racchiudano sopra il fiore come per proteggerlo. Da sempre, inotre, alla potentilla sono assegnate proprietà medicinali: la specie anserina è usata come tonico; dalla tormentilla, estratta dalle radici della potentilla tormentilla veniva ricavato un potente astringente efficacie contro il colera; infine, la potentilla reptans è considerata un buon rimedio contro la febbre. |
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Rododendro |
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Il nome, Rhododendron, deriva del greco rhodon= rosa e dendron= albero, ovvero albero delle rose. La sua origine è antichissima: frammenti di questa pianta sono stati recuperati in Cina e in Caucaso; tuttavia le prime notizie scritte risalgono al Cinquecento. In Europa giunse soltanto nell'Ottocento; i botanici inglesi iniziarono a produrne specie ibride. Un notevole contributo fu fornito da George Forrest, inviato della Royal Horticultural Society, che durante la sua lunga permanenza nello Yunnan, scoprì varietà non ancora conosciute. A causa della fragilità dei suoi fiori, al rododendro è attribuita la valenza di fragile incanto; alcuni ritengono sia l'emblema della prima dichiarazione d'amore. |
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Veronica |
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La tradizione popolare è solita riferirsi ai fiori di questa pianta con il nome di "Occhi santi", "Occhi divini". La forma del fiore è infatti simile a quella di un occhio così come il loro colore, celeste, è paragonato al colore del cielo. Strettamente collegato a questa simbologia è il valore attribuito al fiore nel linguaggio dei fiori; la Veronica significa, infatti, addio. In passato, comune era l'usanza di regalare fiori di Veronica all'amico in partenza, con la speranza che gli occhi divini vegliassero e seguissero sempre il proprio caro. |
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Non ti scordar di me |
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La tradizione europea fa risalire il significato di questo fiore ad una legenda austriaca, secondo la quale un giorno due innamorati, mentre passeggiavano lungo il Danubio scambiandosi promesse e tenerezze, rimasero affascinati dalla grande quantità di fiori blu, che venivano trasportati dalla corrente. Il giovane, nel tentativo di raccogliere alcuni di questi fiori per l'amata, venne inghiottito dalle acque, gridando "Non dimenticarmi mai!". La valenza da allora attribuita al fiore è quella della fedeltà e dell'amore eterno. |
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Narciso |
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Il significato di questo fiore, ovvero autostima, vanità ed incapacità d'amare, è da far risalire alla storia di Narciso, un giovane e splendido pastore di cui Ovidio parla nel terzo libro della Metamorfosi. Narciso è rappresentato come un ragazzo molto vanitoso e completamente ammagliato dalla sua stessa bellezza ed incapace, proprio per questo, di carpire la vita ed i sentimenti che la sua bellezza suscitava in tutte le fanciulle. Un giorno, mentre ammirava tutto il suo splendore nelle acque di uno stagno, Narciso divenne "bersaglio" di Cupido che, per beffarsi del giovane, gli truccò la faccia e gli scompigliò i capelli. Narciso, nel tentativo di recuperare il suo viso, cadde in acqua e morì. sulle sponde dello stagno nacquero dei narcisi che chinavano il capo sull'acqua alla ricerca del proprio riflesso. . |
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Iris |
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La mitologia greca ha chiamato Iride, la messaggera degli Dei, e cioè la divinità che, servendosi dell'arcobaleno come passaggio, consentiva il "dialogo" tra Olimpo e Terra. Il fiore dell'iris fu così chiamato perché la molteplicità dei suoi colori ricordava, per l'appunto, i colori dell'arcobaleno. Si narra, anche, che le prime specie di questo fiore furono trasferite in Egitto dal faraone Thutmosis dalla Siria. In Italia l'iris è un fiore molto comune nelle campagne toscane; sembra infatti che proprio sulla base di questo fiore venne ideato lo stemma della città di Firenze, anche se da sempre esso è comunemente conosciuto come giglio fiorentino. Anche il Re Luigi di Francia lo scelse come simbolo del proprio paese. in Giappone l'iris è uno dei fiori nazionali. |
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Lavanda |
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La Lavanda è entrata a far parte della tradizione popolare grazie al suo delicato, fresco e persistente profumo. Da sempre è, infatti, utilizzata per profumare la biancheria; una volta essiccati i suoi fiori vengono perlopiù raccolti in sacchettini e quindi riposti nei cassetti e negli armadi. Con l'essenza del fiore, inoltre, si ricavano delicati saponi, acqua di Colonia e altri prodotti per l'igiene personale. Tra le principali proprietà della Lavanda ricordiamo la capacità di tenere lontane le tarme; per questo vengono realizzati detergenti a base di Lavanda che, oltre a rilasciare negli ambienti un delicato profumo, svolgono anche un'importante azione antisettica. Tuttavia, è a causa della presenza di un gran numero di api e calabroni in prossimità della pianta durante la fioritura e della conseguente cautela con la quale è meglio avvicinarsi alla pianta per coglierne delle ciocche che deriva il significato della Lavanda nel linguaggio dei fiori e cioè diffidenza. |
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Lappio |
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Il Lappio è un fiore molto comune, che insieme a margherite e papaveri colora i campi già all'inizio della primavera, continuando poi a fiorire per tutta la stagione estiva. In alcune zone, laddove il clima resta particolarmente mite per tutto l'anno, il Lappio fiorisce anche durante l'inverno. Da sempre i bambini di ogni generazione raccolgono mazzolini di Lappio e altri fiori di campo per portarli in dono alla proprie mamme. Di qui il significato del fiore: puerilità e amore infantile. |
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Malva |
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Il nome Malva deriva dal termine greco malakos, che significa calmante e dolce. Il nome della pianta lascia trasparire le proprietà da sempre riconosciute alla stessa ed agli infusi ricavati con i suoi fiori, vale a dire efficace rimedio contro dolori e contro stati d'infiammazione; gli Antichi Greci erano soliti mangiare i semi di malva e confezionare infusi con gli stessi, che venivano poi utilizzati per calmare la tosse, nonché vari tipi di infiammazione. Nel linguaggio dei fiori il valore attribuito alla malva è quello della pacatezza. |
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Erica |
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Pianta molto diffusa in Europa, anche come pianta selvatica, si coltiva in giardino, ma viene sempre più usata anche nelle composizioni da esterno o nei mazzi di fiori, soprattutto quelli essiccati; le piccole spighe di campanule colorate, molto persistenti, e le foglie lineari, di colore molto brillante, la rendono molto adatta anche per confezionare centrotavola o decorazioni e ghirlande. Nel colore bianco ha il significato di protezione, ammirazione e speranza che i sogni e i desideri si avverino; nel colore rosa-lilla prende invece il significato di solitudine. |
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Eupatoria |
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L'Eupatoria è rinomata fin dall'antichità per le proprietà medicali e curative che la caratterizzano. Con infusi e unguenti ricavati con i fiori e le radici della pianta in passato in Europa ed in Africa erano soliti curare vari disturbi, tra i quali il mal di fegato e i dolori causati da ferite e lacerazioni dei tessuti. Il nome è da far risalire al nome del Re Mitridate VI Eupatore, che si narra averne scoperto l'efficacia curativa e medicale. In relazione a tali proprietà, il significato attribuito al fiore è quello di riconoscimento e gratitudine per il sollievo recato. |
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Farferugine |
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Conosciuta anche con il nome di calta palustre, la Farferugine era associata dai poeti dell'antichità all'oro, proprio perché i suoi fiori dorati, che crescevano rigorosi lungo le rive dei fiumi, rimandavano i loro pensieri al metallo prezioso. Di qui il significato del fiore: bramosia di ricchezza. |
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Gelsomino |
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Sono state ritrovate tracce antichissime di gelsomino in Egitto; piccolissimi frammenti sono stati rilevati sulla mummia di un faraone nella necropoli di Deir-el-Bahri. In Europa giunse forse dalle Indie. In Toscana, nel 1500, un nobile ne piantò uno splendido esemplare nel proprio giardino, proibendo al proprio giardiniere di riprodurre quella pianta; la fidanzata del giardiniere, disobbedendo all'ordine del Signore, ne rubò un rametto, lo ripiantò; riuscì a riprodurre il gelsomino e iniziò a venderne talee; in questo modo sì arricchì e riuscì a sposare il fidanzato. Anche oggi in Toscana è tradizione per le spose aggiungere un rametto di gelsomino al bouquet, affinché porti fortuna al futuro marito. Il gelsomino giallo è simbolo di eleganza e grazia, quello bianco di amabilità. In Spagna è l'emblema della sensualità. |
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Ghianda |
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Un tempo le ghiande venivano utilizzate per l'alimentazione, umana ed animale; con la farina di ghiande si confezionava anche il pane. Questi frutti prendono però il loro significato dall'albero su cui crescono; la quercia era per molte popolazioni un albero cosmico, che rappresentava l'unione del mondo divino con il mondo terreno; il suo frutto è simbolo della presenza della divinità, simbolo di vita e di eternità. Il dono di ghiande, vere o in materiale pregiato, è simbolo di buon augurio e fertilità. |
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Corbezzolo |
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Anche chiamato ceraso marino o albatro. Il nome botanico, Arbutus unedo (= ne mangio uno solo), gli fu assegnato da Plinio il Vecchio, facendo una chiara allusione alla scarsa gustosità dei suoi frutti. In Algeria e in Corsica dai frutti si ricava il vino detto "di corbezzolo". I romani gli attribuivano poteri magici. Virgilio, nell'Eneide, dice che sulle tombe i parenti del defunto erano soliti depositare rami di corbezzolo. Il significato di questa pianta è la stima. |
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Crisantemo |
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In Italia il crisantemo fiorisce alla fine di ottobre e proprio per la concomitanza della fioritura con la celebrazione dei defunti si è soliti attribuire a questo fiore un significato funesto. In realtà però il nome, che deriva dal greco, letteralmente significa fiore d'oro ed è quindi stato associato dalla tradizione a valenze assolutamente positive. In Corea e in Cina è il fiore dei festeggiamenti (matrimoni, compleanni, ecc.); in Giappone è il fiore nazionale e la sua bellezza viene celebrata ogni anno dall'Imperatore che, in occasione della fioritura, apre al pubblico i giardini della Reggia, presentando le più recenti varietà a tutti gli invitati. Il significato che il Mondo Orientale è solito attribuire al crisantemo è dunque quello di vita e felicità. |
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Bardana |
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La Bardana deve il proprio nome alla forma ricurva del suo fiore; inoltre il fiore si caratterizza per il fatto di essere leggermente appiccicoso e nello stesso tempo difficile da togliersi una volta attaccato. Proprio per questa peculiarità, tipica dei fiori di Bardana, il significato attribuito alla stessa è quello di riservatezza e ritrosità, proprio a significare la tendenza naturale della pianta a allontanare dal proprio contatto. |
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Camomilla |
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La camomilla era ritenuta, dai giardinieri del passato, capace di "sanare" le altre piante sofferenti e più deboli; era sufficiente che suoi cespugli venissero collocati in prossimità degli arbusti e alberi malati per vedere già dopo poco tempo risultati soddisfacenti. Al fiore di camomilla viene attribuito il significato di forza nelle avversità, probabilmente per le note proprietà rilassanti degli infusi a base dei suoi fiori. Tracce di polline di camomilla sono state ritrovate nell'imbottitura della mummia di Re Ramsete secondo, infilate lì con l'intenzione di infondergli il coraggio e la calma per affrontare la vita ultraterrena. In Italia ne crescono spontaneamente molte varietà; i fiori sono ricchi di proprietà attive di carattere riposante e rilassante. |
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Mirto |
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Gli antichi Greci ritenevano che chi coltivava, chi coglieva il mirto, chi lo usava per abbellire la casa e gli abiti fosse accompagnato da energia, vigore e potenza. Ad Atene, uomini vincenti come atleti o guerrieri vittoriosi si cingevano il capo con una corona di mirto. Il mirto è simbolo di amore e vitalità. In passato era visto come dotato di un qualcosa di magico: si narra che chiunque lo toccasse poteva essere folgorato da una nuova e duratura passione. La mitologia rappresenta il mirto pianta cara a Venere, dea dell'amore e della bellezza, e pianta prediletta da Mirra; questa alle sue feste offriva ramoscelli di mirto alle donne maritate, perché si cingessero polsi caviglie e capo al fine di trarne desiderio e fantasia nei rapporti amorosi. Questa valenza è ancor oggi attribuita al mirto dagli inglesi; infatti è augurio di amore completo se inserito nel bouquet. |
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Margherita |
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La Margherita comune, (Leucanthemum vulgare, sin. Chrysanthemum leucanthemum) è una pianta erbacea perenne che appartiene alla famiglia delle asteracee. È una pianta a stelo diritto con foglie basali peduncolate, e caulinari sessili e lanceolate. Le infiorescenze sono dei capolini tondi con petali bianchi all'esterno e fiorellini gialli al centro. Le margherite crescono spontanee nei prati, ai bordi delle strade, nei boschi; è una pianta molto comune in tutta Europa fin nelle sue regioni più settentrionali. Le margherite sono molto usate anche nell'industria florovivaistica per il fiore reciso. Queste piante non temono il freddo e quindi si possono coltivare in giardino in qualsiasi periodo dell'anno e necessitano di almeno alcune ore al giorno di luce solare. Le piante perenni hanno uno sviluppo prevalentemente primaverile ed estivo. Durante i mesi più freddi dell'anno la parte aerea può disseccare completamente, per spuntare l'anno successivo. |
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Sambucus Racemosa |
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Colore e struttura sono il binomio vincente che caratterizza questo grazioso arbusto deciduo con foglie finemente divise e piumose che nascono color bronzo in primavera per poi volgere a uno splendido giallo oro; il loro aspetto "tropicale" si sposa a meraviglia con quello di altre fronde esotiche, quali quelle purpuree della canna. In realtà il Sambucus racemosa 'Plumosa Aurea'' è del tutto rustico e, come ogni specie e varietà di sambuco, si sviluppa molto velocemente: nel giro di pochi mesi regala una chioma variopinta di foglie, di fiori e a volte di bacche (ma la fioritura e l'eventuale fruttificazione dipendono dal tipo di potatura). Tutte le varietà a foglie dorate o color porpora danno spettacolo nelle bordure e i loro fiori hanno un buon profumo di muschio. |
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Buganvillae |
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Nelle zone a clima temperato caldo le bougainvillee possono essere coltivate all'aperto, in giardino, mentre in quelle dove le temperature, soprattutto durante la stagione invernale, sono più rigide è necessario ripararle e, a seconda della situazione, ritirarle all'interno. Possono essere coltivate anche in vasi e vasche da serra. La crescita e lo sviluppo delle specie rampicanti devono essere sostenuti facendo arrampicare la pianta su graticci, fili ed appositi sostegni. La posizione ideale è pieno sole; le annaffiature devono essere più frequenti durante il periodo della fioritura e diminuire gradatamente al termine della stessa. In estate è bene somministrare una volta alla settimana un fertilizzante liquido. Per le piante in vaso si consiglia di procedere al rinvaso ogni anno nei mesi di febbraio e marzo. I fiori: la bougainville si distingue per la particolarità delle sue infiorescenze; queste ultime si compongono di brattee (foglie mutate), di vari colori e tonalità che circondano il fiore vero e proprio di color giallo-bianco. Il periodo della fioritura va da giugno alla fine dell'autunno. |
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La fauna del Feudo |
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Anatra |
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L'anatra domestica è una specie selezionata, probabilmente derivata dal germano reale e altre specie anche americane. Con anatra selvatica, invece, solitamente si intende il germano reale.Questa specie è caratterizzata da uno spiccato dimorfismo sessuale, maschi e femmine sono molto simili nella forma, ma differiscono nel colore del piumaggio per buona parte dell'anno. Il maschio compie nel corso di un anno solare ben due mute del proprie piume, durante il periodo nuziale la sua livrea è facilmente riconoscibile: il capo e la parte superiore del collo sono di color verde splendente, uno stretto collare bianco a metà del collo separa la verde testa dal petto e dalla parte superiore del dorso che sono di un colore bruno-porporino, i fianchi e il ventre sono argentati, le spalle sono bianco-grige, l'alto dell'ala è grigio, la parte inferiore del dorso grigio-nera come il groppone e le parti inferiori finemente marezzate di nericcio sul fondo bianco-grigiastro, le copritrici superiori sono di color verde-nero e si arricciano verso l'alto, le inferiori nero-velluto e le penne remiganti grigio-cupo alla base terminano con uno specchio alare blu-violaceo orlato di bianco. Al termine della stagione riproduttiva, in estate avviene la seconda muta del maschio, le vecchie penne remiganti e timoniere indispensabili per il volo cadono per essere sostituite da delle nuove penne, anche l'appariscente abito nuziale viene cambiato con un nuovo piumaggio eclissato di colore bruno macchiettato marrone scuro (abbastanza simile a quello della femmina), che gli permette di mimetizzarsi meglio durante questo breve periodo in cui è impossibilitato a volare e vive perciò al riparo tra i canneti e le erbe alte lungo le rive dei corsi d'acqua potendo solamente camminare e nuotare. L'occhio è bruno chiaro, il becco giallo-verde ed il piede rosso-pallido. La femmina ha colori mimetizzanti: macchiata di bruno e marrone scuro, becco bruniccio, sopracciglio marrone scuro, gola beige, i fianchi hanno una colorazione più chiara: beige chiazzato marrone; le penne timoniere sono beige rigate marrone, lo specchio è blu-violaceo bordato di bianco, le zampe sono di colore arancione spento, meno vivo rispetto a quelle del maschio. Gli anatroccoli, che nascono privi di penne e piume, sono ricoperti di un soffice piumino bicolore, petto e ventre gialli, dorso e fianchi marroni con alcune macchie gialle, testa gialla con sopracciglio e chioma marroni. Con alcune altre specie ha per caratteri esteriori il corpo robusto, il collo corto, il becco largo e piatto poco convesso e con la punta assai ricurva; possiede inoltre zampe di media altezza che si innervano alla metà del tronco, ali abbastanza lunghe e coda tondeggiante. Vi possono essere inoltre esemplari maschi o femmine, il cui piumaggio è leggermente o totalmente diverso dalla livrea sinora descritta, in pratica tendenzialmente scurito o bianco, ciò è dovuto alla presenza di un particolare gene che regola la colorazione:piumaggio brunito, all'apparenza come affumicato, macchiettato marrone scuro, sono privi del caratteristico sopracciglio attorno agli occhi, lo specchio è di colore blu spento-affumicato, da anatroccoli il loro piumino è completamente marrone scuro-nero. piumaggio completamente bianco con riflessi giallo tenui uniforme su tutto il corpo, persino lo specchio alare posto sulle penne remiganti delle ali è bianco, il becco è completamente giallognolo, da anatroccoli il loro piumino è completamente giallo pallido. Vive nelle zone umide d'acqua dolce quali: paludi, stagni, laghi e fiumi calmi, in tutte le regioni temperate e subtropicali Vive sull'acqua, e va sulla terra ferma soltanto per la nidificazione ed il riposo. Le popolazioni boreali svernano al sud, gli esemplari dell'Europa settentrionale svernano nella parte centro meridionale del continente, tuttavia alcuni esemplari non migrano, e in alcune regioni come il nord d'Italia sono stanziali. Questo fenomeno sembra in aumento, particolarmente nelle città dove i germani reali sembrano trovare un'alimentazione sufficiente. In Italia la popolazione è in costante aumento.Il corteggiamento comincia a fine ottobre e continua fino marzo, la riproduzione vera e propria ha luogo tra febbraio e luglio in funzione della latitudine. |
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Tarabusino |
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Il Tarabusino è un piccolo Airone abitante dei canneti che, oltre che per le dimensioni, si riconosce per le robuste zampi verdi e l'aspetto generale, scuro di sopra e chiaro nelle parti inferiori: i maschi adulti hanno, infatti, dorso e parte superiore del capo neri, "specchi" sulle ali biancastri e parti inferiori fulve; nelle femmine le parti scure superiori sono marroni, e nel complesso appare più striata, soprattutto su collo e petto. I giovani sembrano delle femmine opache, meno contrastate e molto striate, sia inferiormente che superiormente. Il becco è giallastro. In volo alterna planate a veloci e brevi colpi. Il tarabusino frequenta tutte le zone umide con una sufficiente copertura vegetale, in particolar modo di canne e tife, dove forma piccole colonie. Durante le migrazioni non è raro trovare individui stremati negli ambienti più disparati, comprese alcune zone umide urbane. Per le modeste dimensioni riesce a predare prevalentemente artropodi, quali insetti e larve, e piccoli anfibi. |
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Cardellino |
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Nel periodo della migrazione (ottobre/novembre) si trova in numerosi gruppetti nei pressi dei campi coltivati, dove poi si ferma numeroso fino a metà febbraio. Già da febbraio iniziano a formarsi le coppie che poi andranno a riprodursi, quindi si spostano isolate nelle campagne dove andranno a costruire i nidi, qui finite le cove si riuniscono in numerosi gruppetti e si fermano fino i primi di settembre. Il canto del cardellino, o trillo, è molto bello, ed è uno dei motivi per cui viene allevato, oltre che per la bellezza, e l'ibridazione con il canarino. Si nutre prevalentemente di semi di cardo, cardo dei lanaioli e girasole, oltre a questi si nutre anche di semi di acetosa, agrimonia, cicoria, romice, senecio, tarassaco, crespigno .La riproduzione inizia nella tarda primavera, e generalmente una coppia porta a termine tre covate, l'incubazione dura circa 12 giorni nelle sottospecie meridionali, qualche giorno in più per quelle settentrionali. Il nido viene costruito generalmente su una pianta di conifera o su alberi da frutto a qualche metro dal suolo. Le uova deposte variano da un minimo di tre ad un massimo di sei. I piccoli vengono svezzati intorno al trentacinquesimo giorno e vengono alimentanti con semi immaturi e afidi. |
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Tortora |
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La taglia media è di 28 cm di lunghezza, e 140 grammi di peso. Le striature bianche e nere sul collo, la rendono abbastanza distinguibile rispetto a specie simili, poi ha petto rosato, e ventre bianchiccio, le ali ed il groppone sono di colore rossiccio, con squame marroni. Guardandoli dal basso in volo, si possono distinguere le punte della coda di colore bianco.In Italia si può osservare quasi dovunque, infatti nidifica tranne che sulle Alpi, e qualche zona pugliese. Il suo habitat preferenziale, è quello dei campi, nelle zone rurali, dove siano presenti grandi alberi su cui nidificare. Nel tempo ha modificato le sue abitudini e non è raro vederla anche nelle periferie cittadine purché vi siano sufficienti aree verdi. È stata vista nidifcare anche su piccole piante di terrazze e balconi purché non venga sovente disturbata. Tra i colombi è quello che meno fraternizza con l'uomo, infatti vive ai margini della città.In inverno tranne gli esemplari presenti già in Africa, migrano verso questo continente. |
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Colomba |
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La colombella può essere osservata in quasi tutta Europa, Asia, ed Africa del nord. Nidifica in quasi tutta l'Italia, tranne la Sardegna, in ambienti collinari, caratterizzati boschi,lungo le coste marine ma anche nei pressi di aree antropizzate. Si distingue dal piccione per: l'assenza del groppone bianco, becco rosso e giallo, il sottoala più scuro; colombaccio per: le dimensioni inferiori, l'assenza delle barre bianche sopra le ali, l'assenza delle macchie bianche intorno al collo, la presenza di due barre scure che percorrono longitudinalmente la parte superiore delle ali. |
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Pettirosso |
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Il pettirosso è un piccolo uccello cantore europeo molto comune. Pur avendo dimensioni ridotte è conosciuto per il suo comportamento spavaldo. È di aspetto paffuto e senza collo. Gli adulti hanno il petto e il fronte colorato di arancio. Il resto del piumaggio è di colore bruno oliva. Ai giovani manca la colorazione arancione e sono fortemente macchiettati. Il comportamento è confidente rispetto all'uomo ed ha attitudine vivaci note a tutti. Spesso quando si lavora in giardino e si rigira la terra il pettirosso si avvicina molto all'uomo per ricercare vermi o insetti venuti alla luce. È presente in Italia tutto l'anno, insettivoro, migratore a breve raggio, territoriale anche durante lo svernamento. Presente in giardini, siepi, boschetti, boschi con sottobosco. Nidifica nei buchi o nelle spaccature di alberi, ai piedi delle siepi, nell'edera o anche in vecchi oggetti lasciati dall'uomo (esempio bollitore). Il nido ha la forma di una tazza perfettamente rotondo. I neonati prendono il volo 13-14 giorni dopo la schiusa delle uova.Il pettirosso si nutre in aperta campagna nel sottobosco. Il suo regime alimentare è composto soprattutto da invertebrati che vivono nel suolo (insetti, coleotteri, lumache, vermi e ragni. La sua tecnica per procacciare il cibo è ben adattato alla vegetazione densa e agli spazi aperti che si trovano sia nel sottobosco sia nei giardini. |
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Rondine |
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La rondine comune è un uccello piccolo e agile, lungo circa 18 cm. Questo uccello presenta una coda lunga e biforcuta, ali curve e aguzze e un piccolo becco diritto di color grigio scuro. La rondine comune è simile nelle abitudini agli altri uccelli insettivori, comprese le altre rondini e il rondone Questo uccello si nutre di mosche, zanzare, libellule e di altri insetti volanti; non necessita quindi di grande velocità (circa 50 km/h), ma ha un'agilità e una capacità di cambiare direzione in modo incredibilmente veloce, utilissima per il suo scopo. La rondine comune costruisce accuratamente un nido concavo, fatto di fango, trasportato nel becco. La parte interna del nido è composta di erba, piume ed altri materiali morbidi. Annida normalmente sotto costruzioni dell'uomo, quali tetti di case, fienili, stalle. Entrambi i genitori costruiscono il nido e nutrono i pulcini. Rimane un uccello molto diffuso e piuttosto comune in tutto il mondo.Nido di rondine con protezione sottostante anti guano La rondine è uno degli uccelli che più di tutti si avvicina agli insediamenti umani, annidando di regola sotto i cornicioni dei tetti. |
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Quaglia |
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La quaglia comune è bruna con striature trasversali e longitudinali giallo-ruggine sulle parti superiori, più scura sul capo e sul dorso, ed ha la gola bruno-ruggine, il gozzo giallo-ruggine, il centro dell'addome bianco-gialliccio, e i lati del petto e del ventre rosso-ruggine con strisce longitudinali giallo-chiare. Dalla masceLla superiore sopra l'occhio, sul collo e intorno alla gola corre una linea bruno-giallo-chiara, le remiganti primarie mostrano sul fondo bruno-nericcio delle macchie trasversali giallo-ruggine, che nell'insieme costituiscono delle fasce, e le timoniere giallo-ruggine hanno i fusti bianchi e delle macchie nere a forma di nastro. Nelle femmine tutti i colori sono più sbiaditi e indistinti, e particolarmente meno vivace appare la macchia bruno-ruggine della gola; anch'esse hanno gli occhi rossiccio-bruni, il becco grigio-corno e il piede rossiccio o giallo-pallido. Le misure vanno dai diciotto centimetri della lunghezza complessiva agli oltre trenta dell'apertura alare, mentre le singole ali misurano dieci centimetri e la coda appena quattro.Le migrazioni delle quaglie presentano parecchi aspetti notevoli: esse avvengono ogni anno, ma differiscono considerevolmente da quelle degli altri uccelli. Alcune si trovano già in Egitto alla fine di agosto, un numero maggiore vi giunge in settembre, e frattanto, in questo stesso mese, e non molto di rado, si incontrano ancora nel centro dell'Europa delle femmine covanti o dei piccoli coperti di piumino. La migrazione principale ha certamente luogo in settembre, ma si prolunga per tutto ottobre e in certi casi anche nel novembre. Prima del viaggio gli uccelli non hanno l'uso di raggrupparsi, e ciascuno si mette in cammino senza curarsi degli altri: solo per la traversata vera e propria si riuniscono a stuoli, già numerosi quando i viaggiatori hanno raggiunto il meridione europeo, dove le coste del Mediterraneo formicolano Al cominciare della primavera si ripreparano a partire e si riuniscono sulle coste del mare, mai però in schiere così numerose come d'autunno: sembra che nel ritorno non scelgano sempre la stessa strada percorsa all'andata, ed è certo che, dopo aver superato il mare, si spostano molto lentamente, scomparendo a poco a poco dalle regioni più meridionali alle quali giungono, in genere, durante la primavera, nel mese di aprile. La residenza preferita dalle quaglie nella stagione estiva è data dalle pianure fertili e ricche di cereali, mentre le regioni elevate e montuose, le paludi e i luoghi acquitrinosi vengono attentamente evitati. Subito dopo il ritorno si trattengono nei campi di frumento e di segala, ed anche se più tardi si mostrano meno esigenti, si può dire che, di regola, non si trovino bene se non laddove vi siano coltivazioni di frumento. Cammina rapidamente e dimenandosi, ma con brutti atteggiamenti perché ritira la testa, lascia pendere la coda, nicchia continuamente col capo e di rado prende un nobile contegno; il suo volo è celere, interrotto e mai troppo prolungato o elevato, a parte quello cui si affida durante le migrazioni; i suoi sensi, soprattutto la vista e l'udito, si possono dire ben sviluppati, mentre la intelligenza è molto scarsa. Benché non veramente paurosa, è sempre timida e inquieta, ed assolutamente incapace di qualsiasi socievolezza. Il maschio non conosce neppure la simpatia verso i suoi simili, li insegue e li combatte con cieco furore, e maltratta perfino la femmina dalla quale, pure, la sua passione è esaltata fino al massimo grado. La femmina si mostra madre amorosa e raccoglie anche i piccoli orfani dei genitori, ma essi l'abbandonano villanamente appena non hanno più bisogno di lei. In generale, la quaglia non si cura degli altri animali se non quando li teme, e non mantiene nessuna relazione amichevole con essi. La femmina incomincia a fabbricare il nido piuttosto tardi, mai prima dell'inizio dell'estate: pratica, per lo più nei campi di frumento o nei prati, una leggera escavazione, la riveste con qualche frammento di pianta secca e vi depone da otto a quattordici uova, macchiate di scuro o di bruno-nero sul fondo bruniccio-chiaro. |
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Fagiano |
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Il dimorfismo sessuale che presenta il fagiano comune, come molte specie di galliformi, è ben noto. Il maschio è un uccello di straordinaria bellezza e notevoli dimensioni, poiché può pesare circa 2 kg e raggiungere il metro di lunghezza, anche se più o meno la metà corrisponde alla coda, che è una caratteristica fondamentale della specie. Il piumaggio del dorso è molto vistoso, di toni rossicci e ornato da segni a forma di "V" nera su ciascuna delle penne di rivestimento dell'estremità distale. La testa dei maschi presenta un affascinante cromatismo in cui si mescola il rosso intenso dei bargigli, escrescenze di pelle ai lati del volto, con il verde metallico del collo e il notevole collare bianco che lo circonda alla base. Inoltre, dalla parte posteriore della testa partono due piccoli ciuffi di penne, tipo false orecchie, color bianco e nero. Queste, invece, sono molto più piccole e meno vistose. Nel loro piumaggio dominano i toni ocra e bruno molto scuro, che permettono loro di mimetizzarsi bene con l'ambiente circostante. Questo è molto importante per la specie, poiché è la femmina che cova le uova, in un nido poco profondo posto direttamente sul terreno. Il piumaggio, in queste circostanze, la mimetizza quando sta covando, in modo che risulta più difficile ai predatori localizzarla. |
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Gufo |
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È un animale esclusivamente notturno; caccia una grande varietà di piccoli animali, topi, toporagni (Sorex araneus), talpe (Talpa europaea), scoiattoli, pipistrelli, ratti, uccelli e insetti. Durante il giorno dorme sugli alberi, perfettamente mimetizzato dal piumaggio bruno macchiettato.Il gufo non può muovere gli occhi, in compenso però riesce a ruotare la testa di ben 270°.Nidifica tra marzo e maggio, in base alla zona; quando c'è cibo a sufficienza può fare due covate. La femmina depone 3-10 uova, la media è di 4 o 5 per covata, nel nido di un'altra specie o in quello di uno scoiattolo. Se non trova nidi di questo genere depone le uova sul suolo, sotto un albero o un arbusto. Cova le uova per 26-28 giorni, in questo periodo e fino a dopo la schiusa, la femmina viene nutrita dal maschio. I piccoli lasciano il nido dopo 3-4 settimane. |
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Civetta |
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La civetta è lunga circa 21-23 cm, ha un'apertura alare di 53-59 cm e un peso che varia da 100 a poco più di 200 grammi. Ha forme tozze, capo largo e appiattito senza i tipici ciuffi auricolari del gufo comune, occhi gialli e zampe lunghe parzialmente rivestite di setole. La parte superiore è grigio-bruno macchiata di bianco mentre in quella inferiore è prevalente il bianco, macchiato di bruno. I sessi sono simili, con la femmina di dimensioni leggermente maggiori I suoi habitat preferiti sono nelle vicinanze degli abitati civili, dove c'è presenza umana, in zona collinare. Uccello notturno per antonomasia, la civetta in realtà può essere attiva anche nel tardo pomeriggio e di prima mattina, ma è molto vigile anche nel resto della giornata. La civetta é carnivora. Come tutti gli Strigiformi, è capace di ingoiare le prede intere, salvo poi rigurgitare, sotto forma di borre, le parti indigeribili (peli, piume, denti, ossa, guscio cheratinizzato degli insetti) |
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Lepre |
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Le lepri sono abbastanza simili ai conigli, Leporidi appartenenti a diversi generi. Sotto l'aspetto morfologico, le lepri hanno in generale orecchie più lunghe del capo e occhi proporzionalmente più grandi, sono di maggiori dimension (piede lungo più di 9 cm) e le estremità delle orecchie sono in genere più scure. A differenza dei conigli, i neonati delle lepri sono piuttosto precoci: alla nascita hanno gli occhi aperti, il corpo è già rivestito da una pelliccia e sono in grado di muoversi autonomamente. Sotto l'aspetto etologico, le lepri sono animali solitari (vivono al più in coppia), non costruiscono tane sotterranee ma sfruttano depressioni del terreno o protezioni naturali preesistenti fra la vegetazione. Sono più sensibili dei conigli alla frammentazione del territorio. Nessuna specie di lepre è mai stata addomesticata: l'animale conosciuto come "Lepre belga", in realtà, è una razza di coniglio selezionata per assomigliare superficialmente a una lepre. In Italia, il genere è rappresentato da quattro specie con differenti areali,. Presente in tutto il territorio nazionale. |
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Cinghiale |
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Da sempre considerato al contempo una preda ambita per la sua carne ed un fiero avversario per la sua tenacia in combattimento, in virtù di questo strettissimo legame con l'uomo il cinghiale appare assai frequentemente, e spesso con ruoli da protagonista, nella mitologia di moltissimi popoli, e solo nel corso del secolo passato ha cessato di essere una fonte di cibo di primaria importanza per l'uomo, soppiantato in questo dal suo discendente domestico, il maiale. il cinghiale evita le aree desertiche, rocciose e quelle a forte precipitazione nevosa, dove per l'animale risulta disagevole grufolare. I cinghiali, tuttavia, tollerano molto bene il freddo Gli esemplari adulti misurano fino a 180 cm di lunghezza, per un'altezza al garrese che può sfiorare il metro ed un peso massimo di un quintale circa Il cinghiale ha costituzione massiccia, con corpo squadrato e zampe piuttosto corte e sottili Nonostante le piccole zampe, il cinghiale si muove piuttosto velocemente, solitamente al trotto, anche se è in grado di galoppare (sebbene per brevi distanze, ad esempio durante una carica od una fuga), seguendo sempre traiettorie orizzontali La coda è pendula e può misurare fino a 40 cm di lunghezzaLa testa è grande e massiccia, dotata di un lungo muso conico che termina in un grugno (o grifo) cartilagineo che poggia su un disco muscolare, che gli assicura una grande mobilità e precisione Gli occhi sono obliqui, piuttosto piccoli e posti lateralmente sul cranio, per assicurare al cinghiale una visione quanto più ampia possibile di ciò che gli accade attorno e non essere perciò preso alla sprovvista: la vista è tuttavia piuttosto debole, a vantaggio di altri sensi, come l'olfatto e l'udito. Le orecchie sono di media grandezza e vengono portate diritte. La dentatura del cinghiale si compone di 44 denti, Si tratta di animali dalle abitudini crepuscolari e notturne: durante il giorno, i cinghiali riposano distesi in buche nel terreno che essi stessi scavano col muso e gli zoccoli fra i cespugli, per poi ingrandirle con l'usura. Durante l'inverno, tali buche vengono spesso imbottite con frasche e foglie secche. Numerosi punti di riposo si trovano anche lungo i tragitti percorsi dagli animali durante la notte, che collegano le zone di foraggiamento con la tana principale e gli abbeveratoi. Si tratta di animali dalla dieta onnivora e molto varia, come dimostra la dentizione mista e lo stomaco scarsamente specializzato. |
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Carpa |
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La carpa comune è stato uno dei primi pesci ad essere introdotto in altri paesi oltre a quello di origine. .Di solito vive nei fiumi a corso lento e nei laghi,ma si adatta molto bene in qualsiasi habitat,anche in quelli soggetti ad inquinamento organico. Si riproduce in primavera e in estate deponendo circa 2-300.000 uova,che fissa alla vegetazione galleggiantecorpo della carpa è lungo, ovaloide, con dorso convesso poco sopra la testa.Quest'ultima,si presenta di forma triangolare,con muso poco appuntito.La bocca è protrattile, provvista di denti faringe],è munita di 4 barbigli corti e carnosi.. Di lunghezza variabile tra i 30 e i 60 centimetri e peso solitamente compreso tra i 3 e i 35 chili. Onnivora, si ciba sia di organismi animali come insetti o lombrichi che di sostenze vegetali. |
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Rana |
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Nome comune di anfibi appartenti alla famiglia Ranidae, a volte esteso ad appartenti di altre famiglie dell'ordine degli Anuri. Si tratta di anfibi provvisti di una cintura scapolare di tipo firmisterno (cioè le due metà sono saldate estremità con estremità). La famiglia dei Ranidi è diffusa praticamente in tutto il mondo, ma sono rari in America meridionale e in Australia. |
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Lucertola |
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Sono per lo più quadrupedi, anche con zampe non evidenti (negli Anguidi come l'orbettino), minuscole (negli scincidi come la Luscengola) e hanno orecchie esterne prive di padiglione (per le singole specie vedi a fondo pagina la categoria Sauri). Tra le peculiarità di alcuni gruppi, l'autotomia, ovvero la capacità, per ingannare il predatore, di "staccare " la coda in caso di pericolo, generalmente con successiva ricrescita. La grandezza degli adulti di questa specie può variare da pochi centimetri (qualche geco dei Caraibi) fino a quasi i tre metri (drago di Komodo). |
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Lumaca |
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inappropriatamente per indicare la chiocciola (dotata di guscio), in particolare con riferimento alle chiocciole commestibili.Le lumache si cibano di foglie della maggior parte delle piante, causando ingenti danni, soprattutto negli orti dove sono molto temute e combattute. Escono prevalentemente di notte o, incoraggiate dall'umidità, dopo una pioggia consistente. Essendo molto vorace, in una sola notte può mangiare molte parti della malcapitata pianta. Nutrendosi prevalentemente di tenere parti verdi della pianta, come le foglie, raramente portano direttamente la pianta alla morte, ma se la stessa è già debole di per sé la morte può effettivamente essere una conseguenza: tuttavia, usualmente le piante appaiono mangiucchiate, il che causa soltanto un deperimento estetico. Essendo animali striscianti non amano muoversi su superfici ruvide: per tenerle lontane può essere utile cospargere intorno alla pianta dei gusci di uova grossolanamente triturati al fine di far cambiare idea e salvare la vita al vegetale.Per eliminare le lumache, che possono causare danni a giardini e colture, si procede usualmente a toglierle manualmente reperendole all'ombra, sotto delle pietre per proteggersi dal caldo o usando trappole velenose come methiocarb o prodotti a base di metaldeide; alcune trappole sono di natura chimica chimici, però, sono nocivi anche per animali domestici e bambini, e quindi sconsigliati in loro presenza. Un altro metodo diffuso è quello di parassitare la lumaca con un nematoda: una volta infetta la lumaca si riempie di gonfiori sul manto e smettendo di mangiare si avvicina a una morte che sopraggiungerà in pochi giorni. Per evitare il più possibile il ritorno della lumaca sarebbe utile una minore pacciamatura.Le lumache vengono attaccate e mangiate dai Carabidi e dalle larve dei Lampiridi. |
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Formica |
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Le formiche fanno parte della famiglia delle Formicidae, dell'ordine degli Imenotteri. Come tutti gli insetti le formiche hanno sei zampe e il loro corpo è diviso in tre parti: capo, torace e addome; sul capo è presente un paio di antenne piegate a gomito che sono il principale organo di senso per le formiche. Hanno delle mandibole molto resistenti e robuste che servono come difesa e per trasportare gli oggetti. Le formiche vivono nel formicaio che può avere diverse strutture a seconda delle abitudini delle formiche che ci abitano: troviamo infatti dei formicai sotterranei e altri superficiali, che possono essere di legno, per le formiche che sfruttano i tronchi degli alberi morti, di foglie, per le formiche tessitrici che uniscono più foglie tra di loro con una sostanza secreta dalle larve, ed infine possono essere di terra e detriti ed appesi ad un albero. Il formicaio ha varie entrate, tutte sorvegliate da una o più formiche; all'interno troviamo tantissimi cunicoli che possono terminare in una camera o sboccare in altri cunicoli; le stanze non sono tutte uguali e vengono usate per vari scopi: come dispensa, per l'allevamento delle uova e delle larve, o come camera per la regina. La società delle formiche è divisa in caste: regina, maschi ed operaie. |
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Zanzara |
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La zanzara è una malvagia entità divina, mandata dal demonio per punire l'uomo; scoperta e arginata dagli Stati Uniti è stata utilizzata nelle varie guerre, per rompere le balle ai soldati nemici, i quali si grattavano invece di sparare. Gli USA, purtroppo, persero il controllo di questa potente specie distruttrice, e, per colpa loro, le case di tutt'Italia, nel periodo estivo, sono costantemente assalite da questi subdoli insetti. La zanzara si sposta volando, a una sorprendente velocità di ben 3 km/h, è tuttavia difficile da intravedere date le sue dimensioni ridotte che non possono superare i 15 mm. Le zanzare, inoltre, sono la dimostrazione che in natura non tutto ha un senso: non impollinano, non sono l'alimento principale di nessuna dieta animale, non si evolvono mai (persino i Digimon ci riescono!). Una zanzara vive solo per succhiare il sangue e veicolare epidemie, è una creatura tanto insulsa quanto dannosa. Questi mostri non si limitano solo a lasciare sulla pelle il loro pruriginoso segno, devono anche disturbarti con quell'odioso ronzio che non serve neanche a identificarle dato le loro orbite di volo deliranti. |
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Vespa |
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Si distinguono per avere gli occhi composti a forma di rene ricurvo. Lunghi da 1 a 5 cm [1], i vespidi hanno corpo bruno o nero a strisce gialle o variamente colorato nelle specie di paesi tropicali (colori aposematici). Le vespe sono insetti sociali: le loro società comprendono femmine sterili, operaie, ed una o più femmine fertili dette regine. I maschi appaiono solo nel periodo riproduttivo. Nell'ordine degli Imenotteri si riscontrano molti altri esempi di socialità più o meno evoluta, il livello di socialità delle vespe, anche se spesso complessa ed affascinante, è meno "evoluta" di quella delle api e di molte specie di formiche che rappresentano fra gli esempi evolutivi più alti della socialità fra gli insetti. La socialità è apparsa negli imenotteri diverse volte durante la storia evolutiva dell'ordine. Probabilmente questa particolarità è data da una caratteristica genetica per la quale tutti i maschi sono di tipo aploide, mentre le femmine sono tutte di tipo diploide. Secondo un complesso calcolo quindi le sorelle fra loro sarebbero geneticamente simili per il 75% mentre condividono solo il 50% del patrimonio genetico con le madri. [3] Secondo alcuni studiosi per tale motivo le femmine sono portate ad aiutare la madre a generare sorelle invece di dedicarsi a generare prole propria. |
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Calabrone |
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Il calabrone è uno dei Vespidi più caratteristici delle nostre regioni; è riconoscibile per le grosse dimensioni e per la tinta rossiccia della parte anteriore del corpo; gli occhi sono molto grandi e con una particolare forma a "c", il peduncolo addominale è breve, alcune macchie rosse ornano la testa, mentre il resto del corpo è nero, giallo e rosso. La femmina può raggiungere i cinque centimetri di lunghezza, mentre maschio e operaie misurano 2-2,5 cm. Le femmine fecondate trascorrono l'inverno in condizioni di metabolismo rallentato, nascoste nei tronchi o nel terreno, producendo anche glicerolo, che agisce da "antigelo". Quando esce dal lungo letargo invernale, la femmina fecondata del calabrone va alla ricerca di un luogo adatto alla costruzione del nido, che può essere sospeso oppure nascosto in una cavità, con l'apertura delle celle rivolta verso il basso; a volte può approfittare di un alveare vuoto. Il materiale usato per la costruzione è spesso la corteccia ancora verde e tenera di varie piante (spesso dei frassini giovani), che l'insetto impasta con la saliva e, prendendolo tra le zampe, lo applica levigandolo a lungo con le mandibole; durante la costruzione, che è molto rapida, si reca spesso al più vicino specchio d'acqua per bere abbondantemente. Quando il nido è pronto la femmina del calabrone depone le uova, uno in ogni cella, introducendovi l'addome. Dopo cinque giorni ne escono le larve, che rimangono fissate al fondo della cella con l'estremità posteriore del corpo. La madre le nutre dapprima con nettare, poi con alimenti più sostanziosi: come gli altri vespidi piomba sulla preda, l'atterra e le spezza ali e zampe; poi mastica il torace della preda, ricco di proteine per la presenza dei muscoli del volo, afferra la pallottola con le mandibole e la porta alla prole. Dopo nove giorni la larva si trasforma in ninfa, e dopo altre due settimane compare una giovane operaia, sterile. |
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Farfalla |
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Le farfalle nel corso del loro sviluppo subiscono una metamorfosi che comprende, oltre all'uovo, tre stadi ben differenziati: larva(stadio in cui la farfalla è ancora un bruco), crisalide( il bruco si chiude in una specie di "sacco" dove avviene la trasformazione in farfalla),infine l'animale diventa adulto e la metamorfosi è compiuta: è diventato una farfalla. Le uova sono spesso deposte su piante che possono servire all'alimentazione della larva quando queste si schiuderanno. Dall'uovo fuoriesce una larva con molte zampe: il bruco. Esso attraversa una fase d'accrescimento prima di diventare una crisalide, per questo la larva durante questa fase subisce una serie di mute della pelle. Finito l'accrescimento il bruco cerca un luogo dove poter tessere il bozzolo entro cui trasformarsi in crisalide, qui si completa la metamorfosi da cui uscirà l'insetto adulto: la farfalla. L'esemplare adulto vola via per nutrirsi ed accoppiarsi, il ciclo biologico quindi torna a ripetersi anche più volte. Gli esemplari maschi per attirare le femmine hanno colori sgargianti grazie ai pigmenti sulle squame delle ali. Spesso le femmine, invece sono più grandi e presentano colori meno appariscenti che le mimetizzano e le nascondono alla vista dei predatori. Le farfalle per poter vivere succhiano il nettare dei fiori grazie alla loro bocca a forma di tubo che aspira il nutrimento, è infatti un apparato succhiatore che poi durante il volo viene ripiegato come una spirale sotto il capo. L'organismo delle farfalle può essere considerato un sistema vivente perché è costituito da un insieme di elementi (apparato boccale che permette il nutrimento e quindi la crescita, ali e zampe che permettono il movimento, apparato genitale che permette di riprodursi) che interagiscono tra loro e rendono possibile il funzionamento dell'organismo e quindi la vita dell'insetto. Inoltre questo sistema non è chiuso o isolato, ma aperto perché scambia materia e energia con l'esterno; infatti grazie al cibo che l'animale ingerisce e l'energia che riceve dal sole la farfalla interagisce con l'ambiente esterno e può quindi vivere. Un esempio è che le farfalle non hanno una temperatura corporea propria, quindi al mattino per poter volare devono riscaldare la propria muscolatura assorbendo i raggi del sole. Inoltre posandosi di fiore in fiore la farfalla permette l'impollinazione delle piante e contribuisce a sua volta alla vita di queste ultime. |
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Cenni storici e culturali dei paesi limitrofi al Feudo |
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Fondato sulla strada romana che da Asti portava a industria ora Monteu da Po e quindi abitato già in epoca romana, Settime fu distrutta insieme al castello nel 1309 e poi fu ricostruita sul colle più vicino.Appartenne alla famiglia Roero dal 1407 sino a metà 800. nel 1440 il borgo medioevale venne fortificato con con mura e torri che costituiranno il Ricetto. Nella seconda metà del XVII secolo si sviluppò oltre il ricetto medioevale che perde la sua connotazione di luogo fortificato. Le pesti e le epidemie del 500 e del 600 sono disastrose e per scongiurare le terribili malattie vengono edificate le chiese di S.Carlo e di S.Rocco. All'inizio del 700, durante la guerra di secessione al regno di Spagna, i francesi occupano gran parte dell'astigiano ed anche Settime e sene vanno dopo aver razziato il paese e minato il castello, gli anni seguenti sono dedicati alla ricostruzione delle zone demolite. La famiglia dei Roero mantenne il castello sino al 1874, quando lo cedettero ai Coconito di Montiglio.Da questa famiglia passò poi ai Borsarelli di rifreddo e si estinsero nel 1956. Il castello ha la caratteristica forma a ferro di cavallo e testimonia il passato trecentesco nelle torri negli archi in cotto e arenaria. Intorno ad esso si estende il parco che costituisce il livello inferiore del giardino all'italiana . Le torri demolite dalle mine francesi scomparvero e l'edificio prese l'aspetto di villa settecentesca, perdendo la connotazione di fortezza medioevale l'attribuzione del progetto a Filippo Juvarra non è sostenuta da documenti. |
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La circoscrizione è situata nella parte nord occidentale di Asti ed è estesa per più di 21 km. La Circoscrizione di Sessant, Serravalle e Mombarone è situata nella parte nord-occi-dentale del Comune di Asti ed è la più estesa del Comune:circa 21 kmq. Sessant,domina le località di Valbaciglio,Bersaglio,Terzo,S.Grato,Bricco Carlevaro tra i cui verdi paesaggi è possibile effettuare riposanti passeggiate a piedi o a cavallo. A pochi chilometri si scorge il Castello Belvedere di Serravalle,nei pressi del quale si trova l'omonimo laghetto naturale da cui emerge la statua della "Ninetta", leggendaria serva dei castellani che innamoratasi del suo padrone, non ricambiata,si suicidò. Il castello attualmente è una villa di campagna con adiacente cascina.In una bella conca tra Settime e Serravalle vi è la tenuta di Valdeperno,sette-centesca villa con cascina,parte rustica e parco secolare un tempo appartenuta al conte Gazzelli di Rossana;oggi è in buono stato di conservazione,con la sua cornice di terreni coltivati, vigneti, parco, laghetto e bosco. All'ingresso di Mombarone si trova il Castello di Mombarone,le cui prime notizie risalgono al 1600,quando apparte-neva alla famiglia dei Roero di Settime.Dopo la Rivoluzione francese ed il periodo napoleonico,il castello si ampliò e venne tra-sformato in una villa di campagna. Questa Circoscrizione vanta alcuni personaggi illustri, tra cui il regista Giovanni Pastrone(1882-1959), pioniere del cinema moderno ed inventore di tecniche cinematografiche,autore insieme a D'Annunzio del celebre "Cabiria"e l'avvocato Secondo Pia,politico ed amministratore pubblico del primo '900.Appassionato di fotografia, fu il primo in assoluto a fotografare nel 1898 la Sacra Sindone.Altro grande fotografo fu Carlo Franco, allievo di Pia; in paese, nel locale "LA CROTA"è possibile ammirare molto del materiale appartenuto alla famiglia Franco (tre generazioni di fotografi):anti-chi strumenti,arredi e curiosità varie. Caratteristica di questa zona è la costruzione di vere e proprie "case grotta"scavate nel ter-reno sabbioso delle colline e abitate dal 1200 fino a metà '800.Spesso la facciata di questi "croutin"veniva rivestito a mattoni con porte e finestre e l'interno decorato a calce. E'previsto un progetto di recupero per queste zone,per valorizzare e risco-prire questi interessanti itinerari. |
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Cenni storici e culturali sulle provincie del Feudo |
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Nella Naturalis Historia di Plinio, Asti è "un forte villaggio ligure confinante con le tribù degli Stazielli, popolato di gente industriosa, pastori, agricoltori, artigiani".Nelle nuove ipotesi del 1991, il canonico P.Dacquino ricorda come la presenza ligure nel territorio piemontese sia ancora del tutto incerta e discussa: non vi è traccia né di scritti, né di importanti reperti archeologici ascrivibili a quel popolo. Inoltre, alcuni studiosi tedeschi tendono a inscrivere i liguri in un ceppo più vasto quale quello degli Indoeuropei. Anche la leggenda che vuole Pompeo aver piantato la sua "nobile asta" in questo luogo per indicare il sito di costruzione della città, avallando la voce latina Hasta che indica la proprietà comune dei cittadini romani, non trova alcun riscontro oggettivo. Solamente verso il II secolo il nome primitivo di Asti è avvicinato alla voce latina. È molto più probabile, sempre secondo il Dacquino, che il nome derivi dall'indoeuropeo owi-s (pecora), ad indicare il luogo della pastorizia. Il primo insediamento è quello del neolitico, sulla sponda sinistra del Tanaro, il quale si spostò verso il 1800 a.C. - 1500 a.C. nella collinetta dei Varroni. Un elmo bronzeo del tipo di Veio, ritrovato nel letto del fiume Tanaro nel territorio astese, ci fa presupporre contatti con popolazioni etrusche, che intorno al 1000 a.C. - 600 a.C. espandettero il proprio raggio d'azione. Influssi etruschi quindi, anche se modesti, commisti a popolazioni celtiche discese dal nord, originarono gli abitanti del territorio astigiano, che si scontrarono con gli eserciti romani.Capitello corinzio usato come base per acquasantiera. Cattedrale di Santa Maria AssuntaIl processo di "romanizzazione" durerà dal 200 a.C. fino al 122 a. C., portando Asti ed il suo territorio a costituire un "municipium" romano con il nome di Hasta. Esso precede quello dell'area albese, ed anticipa sensibilmente la costruzione di Augusta Taurinorum.Sono pochi i reperti dell'epoca romana ritrovati sul territorio astese: alcune lapidi, vasi e suppellettili in cotto ed in vetro, pochi resti in marmo come, ad esempio, i due capitelli corinzi oggi nella Cattedrale di Santa Maria Assunta. Sotto l'aspetto architettonico, non restano che la base della Torre Rossa o di San Secondo nel Rione Santa Caterina, probabile elemento di uno dei torrioni della porta nord della cinta muraria, i resti dell'anfiteatro romano della metà del I secolo in via Massimo d'Azeglio e parte di una "domus" in via Varrone. Precisi riscontri archeologici hanno permesso di definire la città romana in un perimetro quadrato di 700 metri di lato, che racchiude un'area di 49 ettari.L'agglomerato urbano della città era situato in una favorevole posizione: secondo la tabula Peutingeriana, che è l'atlante geografico dell'antichità, si trovava esattamente sulla via Fulvia, aveva la tipica conformazione a "scacchiera", attraversata al centro dal decumano massimo, continuazione della via consolare (l'attuale Corso Alfieri) che, arrivando da Dertona (Tortona), si tetrapartiva verso Vardacate (Casale Monferrato), Industria (Chivasso), Carreum Potentia (Chieri) e Pollentia (Pollenzo).I Longobardi scesero in Italia nel 568 attraverso le Alpi Carniche; guidava gli invasori Re Alboino, che scelse Pavia come capitale e divise il regno in tre regioni: l'Austrasia, la Neustria e la Tuscia. Ogni regione a sua volta fu divisa in ducati. Asti divenne un ducato della Nescia. Il suo territorio si estendeva fino alla Liguria, comprendendo Albenga e Savona. A capo del ducato di Asti vi era Gunualdo, fratello della regina Teodolinda; egli ebbe due figli: Godeberto suo successore e Pertarito, in perenne conflitto tra loro, al punto tale che il cognato Grimoaldo, duca di Benevento, poté approfittarne, uccidendo il primo e costringendo alla fuga il secondo. Pertarito si rivolse ai vicini Franchi di re Clotario, che si scontrarono con Grimoaldo nel 663 nella località di Refrancore, ad una decina di chilometri da Asti. Il primo scontro arrise a Pertarito ed ai suoi alleati franchi, ma nella notte Grimoaldo piombò nell'accampamento facendo strage dei nemici. Il toponimo Refrancore sta infatti a ricordare il luogo della sanguinosa strage " Rivus ex sanguine Francorum". Anche se il passaggio dai romani ai nuovi invasori non fu traumatico come nelle altre città italiane, possiamo supporre che anche ad Asti la nobiltà venne capitozzata ed i beni confiscati a vantaggio della nuova classe patrizia longobarda. Questo portò la città ad una notevole involuzione sia demografica che economica, al punto tale che il cronista Paolo Diacono, riferendosi ad Asti, un tempo " civitas", l'appella col nome di civitatula.Carlo Magno e la "danza macabra" di anonimo del XV secolo. Abbazia di Vezzolano, Affresco del chiostro . Il Molina nelle sue "Notizie Storiche profane della lotta di Asti", narra che Carlo Magno, nel 774 giunse ad Asti nell'Abbazia dei Santissimi Apostoli per "ricevere" l'obbedienza della città, in tale occasione avrebbe dispensato alla nobiltà astigiana titoli e privilegi. E' dello stesso periodo la leggenda che la costruzione dell'Abbazia di Vezzolano sia stata fatta su ordine dello stesso Carlo Magno, testimone di una visione mentre cacciava nella selva di Albugnano. Carlo Magno, nell'801, avrebbe anche concesso il privilegio dello svolgimento due volte l'anno della fiera di Asti, antenata della attuale fiera "Carolingia", che si tiene tuttora il primo mercoledì di maggio ininterrottamente da più di 1500 anni, in occasione dei festeggiamenti patronali per San Secondo. Asti divenne contea Franca, ma dopo l'815, anno della morte di Carlo Magno, il Sacro Romano Impero si sgretolò in infiniti piccoli feudi, con tantissimi discendenti, ognuno dei quali accampava diritti su più territori. Così avvenne, che sul finire del IX secolo, l'Italia era rivendicata da ben tre signori:Berengario, Guido di Spoleto, Arnolfo di corinzia. In seguito al succedersi di intrighi e lotte per il regno d'Italia, Berengario, dopo molto battagliare e tramare, rimase unico sovrano d'Italia. Morì nella chiesa di Sant'Anastasio a Verona nel 924 anch'egli assassinato.Le alterne vicende politiche europee videro, nei secoli X e XI, un allontanamento della sfera di azione degli imperatori nelle "cose" italiane e in particolare astigiane, sempre più impegnati nelle lotte centrali per la successione e la supremazia dell'impero. Questo aumentò l'influenza vescovile, incrementandone il potere anche sotto l'aspetto politico- territoriale. In Asti, per quasi tre secoli, dal 1000 al 1300, il diritto di nominare il Vescovo fu di spettanza dei Canonici della Curia, i quali lo scieglievano sovente in seno al proprio Capitolo. I vescovi di quel periodo erano colti, oculati ed incarnavano per il popolo il potere supremo, quello cioè divino, godendo quindi del pieno rispetto e benevolenza popolare. Gli imperatori sapevano bene questo e cercarono di utilizzarli, quasi come pubblici ufficiali, nel processo evolutivo del feudalesimo. Per poter contenere i Vescovi sotto la propria autorità, gli imperatori elargivano beni e privilegi. Già dal 938, Ugo e Lotario, in segno di riconoscenza, concedevano al Vescovo Bruningo, loro arcicancelliere, il Castel Vecchio, roccaforte della città, i cui resti si possono ancora scorgere nel boschetto dei partigiani in Piazza Martiri della libertà.In tal modo Ottone I nel 962, con la conferma dei privilegi, investì praticamente il Vescovo Brunigo della "signoria" della città, comprendendo anche il potere giuridico amministrativo. La diocesi di Asti, come risulta dal diploma dell'imperatore Enrico III del 1041, comprendeva gran parte del Piemonte meridionale (Mondovì, una parte della diocesi di Cuneo, tra cui Cherasco, Bra, parte di Fossano e di Alba) giungendo fino alle valli dell'Ellero, del Pesio, del Gesso, fino ai valichi del col di Tenda e delle Finestre; ad est, parte del territorio di Casale e Alessandria; a nord molte parrocchie di Torino comprendendo Poirino, Buttigliera e Cerreto. Erano inoltre comprese la corte di Benevagienna, col castello cinto di mura e acquedotto, Lequio con terre e castelli circostanti, la corte di Niella Tanaro, con le sue dipendenze e la contea di Bredulo. Il Vescovo Oddone III,sul finire del XI secolo, alla morte di Adelaide di Susa (unica discendente della marca Arduinica), divenne conte di Asti e di Bredulo.I Vescovi di Asti, secondo il Cipolla, in " Di Audace, Vescovo d'Asti ", non perdettero mai il concetto della propria dignità spirituale e della propria missione, anzi secondo il Vassallo, il governo dei Vescovi migliorò le condizioni socio- economiche della città, fino all'esempio del vescovo Bonifacio I (1198-1206), che durante il suo mandato cedette ai poteri civili del Comune di Asti, parte dei fondi e delle proprietà della chiesa. Nel gennaio del 1206, il Papa Innocenzo III lo rimuoveva dalla cattedra episcopale, confinandolo nell'Abbazia di Valleombrosa (Certosa di Valmanera), ma ormai il processo di laicizzazione, che porterà al trionfo dell'autonomia comunale, era inarrestabile Codex Astensis.Miniatura del villaggio e del castello di AnnoneIl vescovo Oddone III, il 28 maggio 1095, investì il Comune di Asti, nella figura dei suoi consoli, del Castello e del villaggio di Annone, con tutti i diritti ad esso pertinenti. Questo documento, presente nel Codex Astensis, è molto importante perché menziona per la prima volta i consoli della città. L'atto che ci parla del già esistente Comune di Asti è antecedente a quello di Milano (1097), Genova (1098) e Pavia (1105). Nel 1140 il prestigio del Comune accrebbe con il privilegio dato dall'imperatore Corrado II di battere moneta. Il Comune di Asti cominciò subito sia una politica espansionistica economica, con i propri mercanti che avevano banchi in tutta Europa, che territoriale, con continui sconfinamenti nelle terre vescovili o nella marca Aleramica, nei territori di potenti famiglie feudatarie quali per esempio i marchesi Del Carreto, di Incisa, di Busca o i conti di Loreto. L'espansione del Comune di Asti creò notevoli problemi a questi feudatari che, nella persona del Vescovo Anselmo e del Marchese del Monferrato, nel 1154 si recarono a Roncaglia cercando di bloccare l'ascesa del Comune di Asti tramite l'intercessione dell' imperatore Federico I di Svevia (il Barbarossa). Quest'ultimo si dimostrò subito ostile nei confronti dei comuni centro-settentrionali: nel 1155 mise a ferro e fuoco la città e affermò la propria autorità sulle regalie (diritti di imporre tasse, battere moneta, stipulare trattati, ecc. che erano stati acquisiti o usurpati dai comuni ai tempi di Enrico IV), e ristabilì il potere del Vescovo e di nobili suoi alleati, che portarono Asti, per un breve periodo, a schierarsi contro i Comuni della lega Lombarda. La città, volendosi opporre all'imperatore e ai suoi alleati, i marchesi del Monferrato, nel 1168 si alleò alla Lega Lombarda, ma venne nuovamente assediata e distrutta nel 1174. Dopo ben 22 anni di lotte, la Lega Lombarda, con la Pace di Costanza del 1183, ebbe riconosciute ampie libertà comunali: elezione dei propri magistrati, fortificazione delle città, formulazione di leggi locali.Il Comune di Asti si aprì così a una grande stagione espansionistica - commerciale, e quando Federico II di Svevia tornò ad avere mire sul territorio piemontese, gli astesi con l'aiuto di Alessandria e Genova lo costrinsero più volte alla sconfitta; lo stesso avvenne più tardi per Tommaso II di Savoia: dopo anni di scontri durissimi e sanguinosi, venne sconfitto nella battaglia di Montebruno del 1255, catturato dai torinesi e tradotto in carcere ad Asti; si ampliarono così i domini di Asti su Moncalieri, la collina di Cavoretto, Carignano e Cavour. La morte di Tommaso II nel 1259 faceva sperare per gli astigiani in un periodo di ascesa ed egemonia territoriale, in conseguenza delle vittorie riportate. Ma gli astigiani dovettero ricredersi, visto che cominciò a profilarsi la mira espansionistica di Carlo I d'Angiò sull'Italia settentrionale. La città corse ai ripari stringendo alleanze con Pavia, Genova e Guglielmo VII del Monferrato. Cominciò un periodo di aspre lotte culminate nel 1275 nella battaglia di Roccavione, in cui le truppe dell'Angioino riportarono gravi perdite. Fu in quell'occasione che gli astigiani, per scherno, corsero il loro Palio sotto le mura della nemica città di Alba. Nel 1290 Guglielmo VII del Monferrato cercò invano di catturare la città, ma gli astigiani tramarono alle sue spalle di concerto con gli alessandrini che lo fecero prigioniero e lo tennero segregato fino alla sua morte. Dopo questi avvenimenti il Comune raggiunse l'apice del suo splendore: nel XII secolo la città si dotò di una considerevole cinta muraria, le famiglie nobili innalzarono torri a simbolo della loro potenza economica - militare - la grande tavola del 1937 del pittore Ottavio Baussano di Palazzo Mazzetti, raffigurante la città nel medioevo, ci mostra una città caratterizzata da una "selva "di torri (più di 120 nel XIII secolo). Il potere economico sviluppato dalle potenti famiglie mercatali astigiane aumentò grazie anche a sodalizi stipulati con i sovrani d'Oltralpe.Famiglie Guelfe e Ghibelline di Asti , sala consigliare Comune di Asti.L'attività sviluppata dai "Lombardi " (perché Asti era compresa nel territorio Longobardo), si diffuse a macchia d'olio in tutta Europa, con l'insediamento stabile di agenzie di pegno (o " casane") dapprima in Francia e Borgogna, poi in Germania e nelle Fiandre, e nel 1342, al fallimento delle grandi banche fiorentine, la stessa curia papale Avignonese, si affidò alla casana dei Malabayla, elevandoli al rango di banchieri pontifici. La città di Asti nel XIII secolo fu così all'ottavo posto tra le città settentrionali al pari con Bergamo e Parma, non a caso il cronista Benvenuto da Imola, riferendosi agli astigiani, li considera "i più ricchi di tutti gli italiani", anche se aggiungeva "perché sono i maggiori usurai". Contava ormai più di 40.000 abitanti ed avrebbe potuto aumentare ancora la propria espansione ed influenza in Piemonte, ma ciò non avvenne per il quasi permanente stato di guerriglia che caratterizzò la città a causa delle profonde divisioni tra le fazioni guelfe e ghibelline delle famiglie astesi. I guelfi capeggiati dai Solaro, con i Malabaila, Garretti, Troya, Falletti, Ricci, Damiani, spalleggiati da Filippo di Acaja ed i ghibellini capeggiati dai Guttuari, Turco, Isnardi (che formavano il Consorzio dei De Castello), con gli Alfieri, Scarampi, Catena, Buneo, Cacherano, aiutati dal Marchese di Monferrato, si dettero battaglia per quasi un secolo, con alterne vicende che videro a turno esiliata o sconfitta l'una o l'altra fazione.Questo stato di faide, uccisioni e rappresaglie verso l'una o l'altra fazione, indebolirono notevolmente il Comune; veniva a mancare quella coesione e comunione di intenti che aveva prmesso alla città la propria espansione politico - economica. In breve tempo il governo della città passò dai Monferrato ai Visconti ed il 27 marzo 1379, i cittadini esasperati dalle continue lotte, si posero sotto il governo di Galeazzo Visconti.Era la fine del periodo del libero comune. Alcuni anni dopo, la città venne compresa nella dote di nozze di Valentina Visconti in sposa a Luigi di Valois duca di Orléans. Da questo matrimonio nacquero cinque figli, di cui due diventarono re di Francia.Sotto gli Orléans, la città ebbe un nuovo periodo di rifioritura e ripresa economica. Luigi di Valois lasciò gli astesi relativamente liberi di amministrare la città. Ampliò e modificò l'antica "bealera", un canale per deviare le acque dal fiume Borbore alla zona sud di Asti, ricca di manifatture tessili. Il figlio Carlo d'Orléans (1394 -1465), mise a governare la città Filippo Maria Visconti e nel 1415 fu fatto prigioniero nella Battaglia di Agincourt rimanendo in Inghilterra fino al 1440. Mentre Carlo d'Orléans era prigioniero, Filippo Maria morì senza figli e i parenti prossimi avanzarono pretese anche su Asti: i Visconti, i Valois (famiglia materna), gli Sforza e il nemico di sempre, il marchese Giovanni del Monferrato. Asti visse quindi un periodo di circa vent'anni tra continui assalti e tentativi di difesa. Riacquistata la libertà, Carlo d'Orléans nominò reggente Rinaldo di Dresnay che fu sempre impegnato in lotte sforzesche. Alla morte di Carlo, Asti passò direttamente alla corte di Francia, con il re Luigi XI, amico degli Sforza, sotto il cui potere rilegò la città. Il 9 settembre 1495, Carlo VIII, figlio di Luigi XI, entrò in Asti, agli ossequi di Ludovico il Moro, nel tentativo di estendere i propri domini ma alcuni stati italiani però cominciarono a preoccuparsi. Non riuscì a raggiungere il suo scopo, morì a 36 anni e con lui il ramo dei Valois. Gli succedette allora Luigi XII, duca e figlio di Carlo d'Orléans, deciso dove Carlo VIII non lo fu: stretta un'alleanza con Venezia e con il papa, cercò guerra con il Moro, che temeva ora di perdere il Ducato per la discendenza tra Luigi XII e Valentina Visconti. Allora formarono una Lega Antifrancese a cui si unirono anche il re di Spagna, Ferdinando il Cattolico, e l'imperatore Massimiliano I . Nell'estate del 1499 le truppe francesi si raccolsero attorno ad Asti. Il Moro, già impegnato contro Venezia, inviò un esiguo esercito sperando nell'arrivo dell'imperatore Massimiliano, ma sconfitto, i suoi possedimenti passarono sotto il dominio francese. Dopo la battaglia di Ravenna la città passò sotto il Paleologo e poi sotto gli Sforza, ma nel 1515 fu sconfitta dalle truppe del re Francesco I e tornò alla Francia.Durante la guerra fra Francesco I e Carlo V, Asti mutò spesso padrone, ma nel 1531 Carlo V la donò a sua cognata Beatrice del Portogallo(1504-1538), moglie del duca Carlo III di Savoia. Gli succedette il figlio Emanuele Filiberto che concesse alla città i vecchi privilegi tra cui la corsa del Palio, che nell'occasione venne regolamentata, e le fiere di San Secondo. Nella prima metà del 1600 imperversava la guerra tra Francesi e Spagnoli; Carlo Emanuele I di Savoia, figlio di Emanuele Filiberto, opponendosi all'Imperatore spagnolo scatenò la guerra nel Monferrato. Per cinque volte gli scontri furono favorevoli al Duca di Savoia, culminando nel combattimento del 1615 ad est della città di Asti, nella zona del fortino. La vittoria portò alla convenzione conosciuta con il nome di "Secondo trattato di Asti", stipulato nella Certosa di Asti il 21 giugno 1615. Nei cinquant'anni seguenti Asti venne comunque dilaniata dalle guerre: nel 1639 passò nelle mani del principe Tomaso e degli spagnoli, nel 1643 tornò ai Savoia. Nel 1703 fu occupata dal duca di Vendome. Nel 1705 ritornò ai Savoia, per essere riconquistata dai francesi, cacciati nuovamente da Vittorio Amedeo III. Nel 1723 fu istituito il ghetto dove si raccolse la dinamica comunità ebraica astigiana, già presente numerosa in città dal XV secolo. La pace di Aquisgrana (1748) portò un periodo di stabilità, ma quando scoppiò la Rivoluzione Francese, Vittorio Amedeo III fu costretto a stringere alleanze con i nemici della rivoluzione, Austria, Prussia e Inghilterra. Nel 1792 l'esercito rivoluzionario francese invase la Savoia. Il Principe si difese strenuamente per cinque anni, con grande dispendio di risorse economiche ed umane per le popolazioni del Piemonte, anche se non tutti si schierarono col loro re: nel 1791 ci fu a Torino una rivolta di studenti e nel 1794 una congiura giacobina. Alla fine, abbandonato dall'Austria, firmò l'armistizio di Cherasco (seguito dalla Pace di Parigi nel 1796), con cui cedette alla Francia, Nizza e la Savoia. Alla morte del padre Vittorio Amedeo III, il 16 ottobre 1796, gli succedette al trono Carlo Emanuele IV di Sardegna. Era un momento estremamente difficile: le casse dello stato erano vuote, l'esercito era indebolito e disorganizzato, il re chiese ed ottenne dal papa Pio VI che il clero contribuisse alle spese della guerra, ma ciò non bastando, vennero soppresse parecchie Congregazioni religiose ed incamerati i loro beni. Carlo Emanuele subì una serie di gravi sconfitte dalla Francia, finché il 6 dicembre 1798 abdicò sui territori rimanenti della penisola italiana e mantenne la sovranità unicamente sulla Sardegna. L'annessione definitiva del Piemonte alla Francia avvenne il 21 settembre 1802, preparata dal governo provvisorio insediatosi dopo Marengo. Carlo Emanuele IV abdicò a favore del fratello Vittorio Emanuele I; questi da Roma si trasferì in Sardegna sotto la protezione inglese.Nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1797 gli astigiani, stanchi dei Savoia e stremati dalle operazioni militari e dalla crisi economica, insorsero contro il governo e proclamarono la costituzione della Repubblica Astese. Il 24 luglio 1797 si costituì una nuova amministrazione guidata dal Conte Carlo Giuseppe Gabuti di Bestagno e composta dagli avvocati Secondo Arò, Gioachino Testa, Michele Peracchio, Felice Berruti.Il Comandante militare della città, Francesco Signoris di Buronzo, per evitare spargimento di sangue aveva consegnato le armi ai rivoltosi, così come si era arreso il Comandante del Castello, il maggiore Ardizzone.Venne alzato il vessillo con i colori civici, bianco e rosso, si indossarono coccarde degli stessi colori; monsignor Pietro Giuseppe Arborio Gattinara partecipò ad una funzione di ringraziamento in San Secondo. La Repubblica però durò brevissimo tempo visto che fu subito sconfitta dopo solo tre giorni.Secondo quanto riportato dal Crosa, 17 capi rivoluzionari vennero arrestati, processati e condannati a morte. Il Palazzo Mazzetti di Frinco, contenente la pinacoteca e il museo civico, conserva una sezione dedicata alla Repubblica Astese.Il 22 giugno 1800 Napoleone entra in Torino; Piazza "Carlina" viene battezzata "Place de la Liberté" e viene installata la ghigliottina. Il Piemonte è uno stato stremato dalla guerra perduta. Tra agosto e settembre tutto l'astigiano è sottoposto a dure contribuzioni, con vino, fieno, burro, cavalli, muli, di cui necessitano le fortezze di Alessandria e Tortona. In quasi tutti i paesi scoppiano tumulti ed opposizioni; i fatti più gravi sono a Castell'Alfero, dove la resistenza contadina è stroncata con uccisioni e reclusioni. In tutta la regione i soldati si abbandonano ad atti di vandalismo, saccheggio e violenza. Questi fatti svilupperanno notevolmente fenomeni di brigantaggio nell'intera regione. Durante il periodo napoleonico Asti divenne capoluogo del Dipartimento del Tanaro. Anche il palio reca i simboli della rivoluzione francese: sul sendallo vengono dipinti il berretto frigio e l'immagine della "donna della libertà" a seno nudo.Nel 1814, dopo la sconfitta di Napoleone, le potenze europee reinsediarono i Savoia. Furono anni di recessione politica ed economica, a causa del crollo dell'esportazione della seta; questo aumentò la povertà del popolo ed i fenomeni di accattonaggio .Nel maggio del 1817 un'epidemia di tifo petecchiale e di vaiolo falcidiò la città. Nei primi decenni dell' Ottocento, Asti cominciò lentamente a trasformarsi: mentre scompariva l'antica cerchia muraria, si avviò ad una profonda sistemazione urbanistica di cui rimane come segno tangibile la nuova risistemazione di Piazza Alfieri.Le riforme di Carlo Alberto stimolarono la rinascita della città, con la fondazione di istituzioni culturali, come il Teatro Alfieri, ed economiche, come la Cassa di Risparmio di Asti.L'abolizione del ghetto favorì l'ascesa della dinamica comunità ebraica locale, che ebbe come personaggio di spicco Isacco Artom, segretario di Camillo Benso conte di Cavour .Lo sviluppo dell'industrializzazione ebbe come controparte, fin dalla seconda metà dell'Ottocento, la crisi dell'antica economia agricola ed il conseguente nascere di un movimento di emigrazione.Con il passaggio al secolo XX Asti riottiene nel 1935 il capoluogo provinciale, che aveva perso nel 1853 in favore di Alessandria.L'arrivo del secondo conflitto mondiale, nonostante la vastità del territorio agricolo astigiano, portò scarsità di prodotti con conseguente aumento dei prezzi. Inoltre, dopo l'armistizio dell' 8 settembre, la città subì dal 17 luglio 1944, 22 incursioni aeree e diversi rastrellamenti nelle campagne astigiane.Nell'ottobre del 1944, per evitare ulteriori imboscate, fu dato ordine ai contadini di mietere tutti i campi di stoppie. Il 24 aprile 1945 le truppe tedesche ripiegarono su Milano. Il 30 aprile le prime truppe americane entrarono a Asti.Dal 1939 al 1951 emerge la preoccupante tendenza della popolazione contadina della provincia ad abbandonare la campagna per la città. La FIAT, con il suo sviluppo, portò conseguentemente ad un fiorire di aziende metalmeccaniche anche ad Asti. Negli anni '50 grazie al potente richiamo dell'industria torinese si verificò un'ondata di immigrazione, che investì non solo Torino, ma anche la vicina Asti. A spostarsi furono principalmente famiglie provenienti dalle regioni del Triveneto e dal meridione. Alla fine degli anni '60, Asti conta 80.000 abitanti, di cui più di 40.000 impiegati nel settore industriale.Con la crisi del settore automobilistico della fine degli anni Settanta - Ottanta, i processi di ristrutturazione industriale ridimensionarono l'impiego nelle industrie a favore del terziario. La città ha cercato di reinventarsi, investendo principalmente nella sua antica vocazione vitivinicola e gastronomica; negli ultimi decenni c'è stato un controesodo verso i paesi della provincia con un aumento della produzione enologica di qualità. Negli ultimi anni la città ed il suo territorio hanno preso coscienza della propria potenzialità enogastronomica sviluppando anche il settore agrituristico. |
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Manifestazioni importanti in provincia |
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Milleduecento figuranti in costume medievale, ventuno cavalli al canapo, la città imbandierata, le cene propiziatorie della vigilia: sono questi gli ingredienti che fanno del Palio l'appuntamento piu' atteso del settembre astigiano.Non e' solo la tradizione che muove la città, ma e' la passione sincera dei borghigiani che alimenta una festa lunga un anno. Tra le iniziative collaterali, da non perdere il "Palio degli Sbandieratori", che il giovedi' antecedente il Palio accende di suoni e colori Piazza S.Secondo: una parata dedicata alla nobile arte della bandiera messa in scena dai gruppi rionali di sbandieratori. Venerdi' sempre in Piazza S.Secondo,apre i battenti il mercatino del Palio: ogni Comitato offre curiosi e originali souvenirs rigorosamente confezionati con i colori di ogni borgo,rione e comune partecipante al Palio. Per cogliere appieno il clima del Palio non mancate alle cene propiziatorie nelle vie e nelle piazze: tra canti, balli, gastronomia e spettacolo si esorcizza la notte della vigilia nell'attesa della vittoria del giorno dopo. Secondo il cronista Ogerio Alfieri, antenato del più noto Conte Vittorio, la città di Asti, "...nell'anno del Signore 1280 era colma di ricchezze, chiusa da solide e recenti mura e costituita quasi interamente da molti edifici, torri, palazzi e case da poco costruite". Nella descrizione, precisa e puntuale, Ogerio cita le buone qualità dei cittadini astesi giudicandoli "...assennati e nobili, ricchi e potenti"e dice che "in caso di necessità la città può contare su seicento cavalieri dotati di due cavalli..." mentre "il contado può fornire centosessanta cavalieri dotati di un cavallo o di una cavalla...". In quegli anni gli astigiani davano vita alla corsa del Palio: infatti la prima notizia certa della corsa risale al 1275 anno in cui, secondo Guglielmo Ventura, speziale di professione e cronista per diletto, gli astigiani corsero il Palio, per dileggio, sotto le mura della nemica città di Alba, portando danni e devastazioni alle vigne. Oggi la città conserva un tessuto urbano testimonianza dei fasti di un tempo; le torri e le caseforti i palazzi medievali e le caratteristiche vie del centro storico fanno da scenario alla affascinante rievocazione storica del Palio. Sono ventuno i contendenti che nei giorni della vigilia hanno vigorosamente tentato di propiziare la vittoria con cene pantagrueliche, riti scaramantici, burle salaci nei confronti dei borghi avversari, sino all'ultimo intenso confronto in campo, preceduto dal sontuoso corteo, composto da oltre milleduecento figuranti in costume medievale. Dopo molto impegno, tanta passione e altrettanti affanni uno soltanto potrà stringere tra le mani il drappo cremisino con le insegne della città e l'immagine del Santo Patrono. Per tutti la grande Festa incomincia già il fine settimana precedente con la presentazione dell'anteprima del corteo, poi il Palio degli sbandieratori, il variopinto mercatino, il venerdì e il sabato le prove in pista per saggiare le forze in campo, in un crescendo da cardiopalma. Ma per capire il Palio è necessario esserci, calarsi nella Festa, magari seguendo direttamente le vicende di uno dei ventuno partecipanti: dagli sguardi dei borghigiani, che hanno lavorato un anno intero, si capirà davvero che cosa significa la passione viscerale, l'attaccamento fortissimo ai colori, l'irrefrenabile voglia di vincere, l'incontenibile gioia della vittoria, l'amarezza della sconfitta |
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L'Assedio di Canelli e' molto più di una semplice rievocazione storica: e' la festa dei Canellesi che, rivivendo il passato, sanciscono forte e chiara la propria identità, e si riappropriano di quelle "radici" che sono presupposto fondamentale di ogni comunità. E' una festa in cui l'esatta ricostruzione storica viene resa viva ed autentica dal coinvolgimento popolare, che riesce a creare un clima difficilmente riscontrabile in altre manifestazioni in costume. E' una festa senza schemi e senza forzature, in cui la storia rivive attimo per attimo anche nei più piccoli gesti, nelle espressioni dei volti, nelle ombre e nelle pietre della Città antica. Sul canovaccio degli avvenimenti principali oltre mille canellesi in costume ricreano per due giorni l'atmosfera e le situazioni di una città assediata, coinvolgendo il visitatore che diventa al tempo stesso testimone degli eventi e protagonista, confondendosi tra ufficiali e soldati o tra contadini sbandati con i loro animali; frequentando le osterie e le taverne dove convengono anche i malfattori e gli accattoni, sussultando per gli imprevisti scoppi delle artiglierie nemiche evitando i carriaggi e di masserizie che strepitano sul selciato. Come per i soldati e i popolani, il visitatore, deve sottostare agli obblighi ferrei del lasciapassare; deve accettare di buon grado l'eventuale inquisizione da parte delle guardie di ronda, e rischia la berlina se nelle osterie alzasse troppo il gomito; e poi odore di polvere da sparo dovunque, tamburi, ordini concitati, ispezioni a sorpresa, momenti di relativa tranquillità alternati a quelli eccitati dalle sortite, alterigia degli ufficiali e doloro della povera gente. |
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Curiosità gastronomiche |
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Non c'è momento della passione gastronomica che più sappia di esaltazione, di innamoramento e di follia, quanto immergersi nel profumo immenso e stordente del tartufo.Dà la scossa elettrica a quel complesso "computer" che è il buongustaio. Al primo entrare nella casa o nella trattoria che sta per imbandirti il pranzo, la vampata di odor di tartufo grigio piemontese è una muta promessa che condensa e racchiude in sè tutte le evocazioni e le suggestioni di una cucina antica e preziosa, casalinga nelle sue schiettezze e nelle sue gentilezze, autunnale nel suo complesso dicolori gialli e vermigli,è di arie umide e fresche in una vigilia d'inverno invitante al colore della casa e della mensa. Si, nell'odore del tartufo c'è quello legnoso di una vecchia cascina piemontese fumosa di ciocchi di vite, c'è quello fungoso dei boschi fradici emuschiosi, delle cortecce marce e delle foglie morenti, e c'è pure l'odore più concreto e preciso della morbida fonduta e del lussurioso fagiano in salmi, delle croccanti tagliatelle di Langa e delle brune cappelle di funghi porcini strofinate d'olio e aglio strinate dalla brace. E' giusto che il tartufo costi così caro, è giusto che non ce ne possiamo permettere più di alcune sfoglie sul nostro piatto di rosea carne cruda in insalata, perchè quel profumo deve rimanere sempre, per il buongustaio, come un amore sognato, come una immaginazione incompiuta. Anche la cucina e la ghiottoneria hanno i loro grandi simboli - per lo più circonfusi in un alone di incertezza e di leggenda, di rarità e di precarietà - e il tartufo (specie il sommo dei tartufi, quello bianco-grigio piemontese, di Alba, di Asti, della Langa, e del Monferrato) è il massimo di questi mostri mangerecci. E' giusto, bello e fatale che di lui non si sappia niente di preciso e di definitivo: che non si sappia per esempio se queste tecniche di fecondarne alle radici gli alberi, e di aspettare una mezza vita la loro crescita, veramente ci garantirà un giorno di raccogliere una produzione "non selvatica" e sottratta alle astuzie, ai segreti e alle cabale del vecchio "trifolau" e del suo prezioso cagnetto. E' una giusta nemesi che nemmeno gli esperti ed i fanatici dediti per tutta la vita a cercare tartufi, commerciare tartufi, discutere di tartufi sappiano con certezza distinguere il tartufo di quercia da quello di platano, di tiglio e di salice (un po' più decifrabile per la sua bianchezza quello di pioppo, spesso buonissimo, ma anche lui alle volte t'inganna); e che non siano sicure e immutabili, ma largamente discutibili, le regole concernenti l'inizio e la fine della stagione in cui cresce (vedi la diatriba tra gli astigiani e gli albesi sul tempo d'inizio della raccolta) e la prevedibilità di un prodotto abbondante o scarso o addirittura assente, dimodochè il buongustaio non è mai sicuro di poterlo mangiare, il suo tartufo, e deve considerare una fortunata combinazione che il ristoratore possa grattuggiarglielo sul risorto sia pure a 200 mila lire l'etto. Ecco, questo ancor oggi è il mondo bello e misterioso del tartufo, sfumato da mille incertezze, sostenuto da una ghiottoneria raffinata e incontentabile, quasi mistica. E cioè uno dei pochi capitoli alimentari retto da regole non scritte di una cultura antica e patriarcale, quasi medievale, che non è più la nostra, fatta di costanti merceologiche dominate dalla tecnica e dalle regole della pubblicità e del mercato. Per gli antichi il tartufo non aveva ancora questa distinzione,questa preziosa unicità che ha per noi: talchè del "tuber magnatum" dissertavano e consumavano e scialavano con molta disinvoltura enoncuranza. Il prodigio del tartufo è che la sua adattabilità gastronomica ideale si verifica a un tempo coi cibi di gusto lieve, morbido e fine - massime l'uovo al burro, giallo-rosso il tuorlo, giallo carico il burro - e coi cibi dall'opposto gusto forte e violento: l'acciuga dissalata con olio e aglio, la selvaggina col suo fortore di fegato stemperato nel cognac, persino la aggressiva "bagna cauda"! E' un altro mistero, riservatoci dal re tartufo, monarca e mago. Io ho sentito discutere per ore, ed ho discusso io stesso con una passione come ne andasse del mio onore e della mia vita, se un tartufo perfetto di quercia sia migliore su di un uovo al tegamino o su una rossa acciuga di Spagna appena dissalata e imbottita di aglio. Il terzo prodigio irrazionale del tartufo, è poi che si adatta anche ad una selva di erbe aromatiche diverse, sopravanzandole tutte, non essendone disturbato, e tutte facendole sue schiave. Un esempio: il tartufo va bene sugli agnolotti piemontesi conditi col solo sugo d'arrosto (nessun aroma qui), ma meglio ancora va su un piatto di gialle tagliatelle all'uovo tirate in casa condite con burro fuso e lungamente infuso - come ho provato io stesso - un gran mazzo d'erbe costituito da salvia, rosmarino, alloro, basilico, gambi di prezzemolo, foglie verdi di sedano e uno spaccato per lungo di porro!, un inferno di profumi che si placano portando in trionfo sulle loro spalle sua maestà il tartufo. |
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Uno degli strumenti per la valorizzazione del territorio astigiano è senza dubbio rappresentato dal suo patrimonio enogastronomico comprendente non solo le produzioni certificate - vini DOC e DOCG (Barbera, Grignolino, Moscato d'Asti, ecc.), formaggi DOP (Robiola di Roccaverano) e PAT ( salumi, prodotti dolciari, ecc.) - ma anche da tutti quei prodotti legati alla storia e alla cultura che costituiscono un vero e proprio richiamo per i consumatori che sono costantemente alla ricerca e alla riscoperta di prodotti espressione del territorio.Si tratta di prodotti, spesso disponibili solo nei luoghi di origine, preparati non seguendo semplicemente una ricetta presa da un ricettario storico, ma con modalità peculiari, perché ogni paese, e a volte ogni famiglia, ha trovato qualcosa da aggiungere nel pieno rispetto del concetto di "tradizione". Questi prodotti, elaborati nelle numerose aziende agricole e laboratori presenti in tutto l'Astigiano, hanno assolutamente bisogno di luoghi in cui identificarsi, essendo il loro valore intimamente legato alla qualità dei paesaggi agrari di origine. |
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Un ringraziamento all' Arch. Roberta Varetti per i testi e le foto (alcuni dei quali reperiti su internet) |
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Il feudo d'Asti sorge su una tenuta agricola chiamata dal XIII al XIX secolo Valdeperno, in un avvallamento naturale del terreno lungo la strada per Chiasso, tra Serravalle e Settime costruita sull'antico sedime della via romana che collegava HASTA POMPEIA (Asti) ad INDUSTRIA (Bodincogomus).
Il complesso architettonico risale al periodo pre-napoleonico, anche se non esistono né documenti né indicazioni riguardanti la costruzione e la progettazione della villa.
Il giardino della villa di Valdeperno appare uno dei più coreografici dell'astigiano, grazie ad una composizione tesa a valorizzare la villa stessa.
Fondato sulla strada romana che da Asti portava a industria ora Monteu da Po e quindi abitato già in epoca romana, Settime fu distrutta insieme al castello nel 1309 e poi fu ricostruita sul colle più vicino.
La circoscrizione è situata nella parte nord occidentale di Asti ed è estesa per più di 21 km.
Nella Naturalis Historia di Plinio, Asti è "un forte villaggio ligure confinante con le tribù degli Stazielli, popolato di gente industriosa, pastori, agricoltori, artigiani".
Milleduecento figuranti in costume medievale, ventuno cavalli al canapo, la città imbandierata, le cene propiziatorie della vigilia: sono questi gli ingredienti che fanno del Palio l'appuntamento piu' atteso del settembre astigiano.
L'Assedio di Canelli e' molto più di una semplice rievocazione storica: e' la festa dei Canellesi che, rivivendo il passato, sanciscono forte e chiara la propria identità, e si riappropriano di quelle "radici" che sono presupposto fondamentale di ogni comunità.
Non c'è momento della passione gastronomica che più sappia di esaltazione, di innamoramento e di follia, quanto immergersi nel profumo immenso e stordente del tartufo.
Uno degli strumenti per la valorizzazione del territorio astigiano è senza dubbio rappresentato dal suo patrimonio enogastronomico comprendente non solo le produzioni certificate - vini DOC e DOCG (Barbera, Grignolino, Moscato d'Asti, ecc.), formaggi DOP (Robiola di Roccaverano) e PAT ( salumi, prodotti dolciari, ecc.) - ma anche da tutti quei prodotti legati alla storia e alla cultura che costituiscono un vero e proprio richiamo per i consumatori che sono costantemente alla ricerca e alla riscoperta di prodotti espressione del territorio.